mercoledì 18 ottobre 2017

Alle origini del melodramma

Stampa d'epoca circa la prima rappresentazione, alla presenza di Luigi XIV, dell'Alcesti del Lulli (1674) - Dall'Archivio Fotografico del "Museo della Canzone" di Vallecrosia (IM)
Nel contesto della sua lunga storia la MUSICA ha indubbiamente interagito con varie sorti di rappresentazioni teatrali.
In dettaglio nell'Ellade la tragedia e la commedia erano parzialmente musicate.
In Italia ci si valse in età medievale della musica onde accompagnare i drammi liturgici , scene di rievocazione della vita di Gesù mediamente allestite in chiese all'uopo addobbate, le laudi drammatiche, fiorite in Umbria dal XIII secolo e che erano azioni sceniche di argomento mistico improvvisate dai fedeli in lingua volgare, le sacre rappresentazioni, dal XV secolo trionfanti soprattutto a Firenze sotto l'auspicio dei Medici, parimenti redatte in lingua italiana.
Peraltro la musica partecipò vieppiù a rappresentazioni profane, come nel caso del Jeu de Robirz et Marion del Adamo de la Halle e soprattutto di tanti spettacoli di varia natura allestiti in Italia a partire dal Quattrocento.
Sul volgere del Cinquecento sul teatro prese ad affermarsi la grande tradizione del MADRIGALE.
I1 Vecchi, il Banchieri ed altri ancora realizzarono opere in stile madrigalesco (costituite cioè da un coro a più voci senza strumenti), in cui si davano per impliciti un fatto od un'azione non rappresentati in scena da attori, ma ricostruibili in forza del canto del coro, finalizzato a tracciare i lineamenti ora di questo, ora di quel personaggio.
Praticamente tutto ciò, per effetto di un ben congegnato meccanismo evocativo, andava a disegnare una sorta di spettacolo cui partecipare con l'orecchio e non con la vista.
L'Amphiparnaso di Orazio Vecchi fu con verisimiglianza il più famoso se non il migliore prodotto della tradizione dei MADRIGALI DRAMMATICI.
Anche alla moderna indagine tal prodotto musicale rivela la sua caratura di lavoro vivace e spiritoso nel cui contesto si assiste alle interazioni fra i due protagonisti, i giovani innamorati Lucio e Isabella, e il padre di lei Pantalone, interessato a maritar la fanciulla con il dottore bolognese Graziano.
Attraverso vicende che replicano le postulazioni della commedia classica, i due giovani riescono nell'intento di far trionfare il loro amore, coadiuvati da un servo astuto, Pedrolino e circondati da altri colorati personaggi tra cui spicca un capitano spagnolo spaccone e vanaglorioso.
Qui si individuano le origini del MELODRAMMA vale a dire uno spettacolo musicato nella sua interezza, in cui gli attori sono anche cantanti, il cui canto risulta accompagnato da un'orchestra più o meno numerosa dislocata, solitamente, nella zona anteriore della platea, fra gli spettatori e il palcoscenico.
Nel MELODRAMMA, di solito, gl'interpreti non cantavano contemporaneamente, ma alternatamente di modo che risultava opportuno abbandonare la forma polifonica per quella monodica, fatta eccezione dei cori e dei pezzi d'assieme, allorquando i personaggi cantavano in duo, in trio, in quartetto ecc.
Nello stesso momento in cui il contrappunto vocale conseguiva i suoi apici col Palestrina, con Orlando di Lasso, con Ludovico da Victoria, un gruppo d'artisti e di dotti, che tenevano riunioni nel palazzo del conte Giovanni Bardi di Vernio in Firenze, verso il crepuscolo del Cinquecento, andava muovendo severe osservazioni alla polifonia, cercando di proporre le potenzialità del canto monodico, di cui ci si intendeva avvalere allo scopo di realizzare delle rappresentazioni sullo stile delle tragedie greche.
Se in queste ultime la voce non fruiva di un accompagnamento strumentale vero e proprio, allo stato attuale delle cose, in forza dello sviluppo dell'arte musicale, esso poteva venire finalizzato: il canto sarebbe stato pertanto sostenuto da accordi, da poliedriche parti strumentali.
A simile compagine, nominata la CAMERATA FIORENTINA, risultarono ascritti musicisti di talento come Jacopo Peri (1561-1633), Giulio Caccini (1550-1618), Emilio del Cavaliere (1550 -1602), Vincenzo Galilei (1533- 1591), padre di Galileo, Ottavio Rinuccini (1562- 1621) ed altri ancora.
Dopo alcuni tentativi nel nuovo stile, denominato la morzodia accompagnata si ebbero alcune complete realizzazioni, di cui la prima risultò la Dafne, con poesia del Rinuccini e musica del Peri, che venne rappresentata nell'abitazione di Jacopo Corsi, nobile mecenate fiorentino.
Della musica della Dafne è rimasto assai poco mentre si è intieramente conservata l'Euridice, il cui libretto, composto dal Rinuccini, venne musicato dal Peri col contributo del Caccini.
L'Euridice, costruita sul mito classico del poeta Orfeo, venne nel 1600 rappresentata a Palazzo Pitti in ricorrendo gli sponsali di Maria de' Medici con Enrico IV di Francia.
L'orchestra, , che si esibì alla presenza della corte e di molti nobili, stava nascosta dietro la scene: tra gli strumenti si contavano un liuto grosso, una lira grande, un chitarrone (specie di liuto utilizzato per i suoni gravi) ed ancora un clavicembalo.
Fu tuttavia CLAUDIO MONTEVERDI (Cremona, 1567 - Venezia, 1643), senza dubbio uno dei più significativi musicisti di tutti i tempi, colui che consentì al MELODRAMMA di affermarsi definitivamente.

mercoledì 11 ottobre 2017

Sugli esorcismi

 Nell'immagine (incisione da Cultrivori Prussiaci curatio singularis di DANIEL BECKER edito a Lione nel 1640) è riprodotto un singolare caso: l'asportazione di un coltello ingoiato per un singulto da un contadino prussiano mentre si cercava di aiutarlo a liberarsi col vomito del troppo cibo ingurgitato: l'operazione chirurgica che lo salvò fu all'avanguardia per l'epoca. All'epoca però si riteneva che il vomito di oggetti solidi e insoliti fosse soprattutto una caratteristica di INDEMONIATI e POSSEDUTI indotti a rigettare siffatti materiali incredibili e quindi DIABOLICI in forza di un procedimento di ESORCISMO. 

Sugli esorcismi scrive Antonio Zencovich (pp. 97 sgg.): "dalla Controriforma, in seguito all'inasprirsi della demonizzazione degli istinti, in particolare di quelli sessuali, cresceva in misura diretta il numero degli individui posseduti. Si sviluppò di conseguenza una significativa domanda di pubblico, da parte dei religiosi preposti a simili conforti; essa portò al proliferare di testi che, pur mantenendosi nel rispetto dell'ortodossia, proponevano formule inedite, delle quali gli autori vantavano una superiore efficacia rispetto a quelle già esistenti. Si parlava perciò di esorcismi terribili e potentissimi, scongiuri formidabili, rimedi efficacissimi per scacciare gli spiriti maligni, promettendo efferatezze varie ai danni del nemico, a base di fruste (o bastoni) e flagelli per diavoli, così come suonavano alcuni titoli dello specialista GIROLAMO MENGHI.
Tutto, peraltro, si esauriva nel campo della retorica: si trattava di orazioni di particolare veemenza in grado, talvolta, di conseguire un effetto suggestivo su chi veniva fatto oggetto dell'intervento.
L'esorcismo poteva costituire, per esprimersi secondo concetti moderni, una forma più o meno inconsapevole di psicoterapia.
Ma a quel tempo l'interpretazione era diversa e si riteneva che gli scongiuri agissero in maniera concreta sull'invasore il quale, terrorizzato dagli improperi e dalle minacce, decideva di sgomberare dal corpo della vittima."

 
Talvolta il rito serviva a risolvere sospetti casi di stregoneria.
Infatti, sebbene il patto col demonio non implicasse automaticamente di esserne posseduti, la pratica delle arti magiche era una delle condizioni che favorivano l'ingresso dei diavoli nei corpi degli umani.
Perché, se qualche volta la causa di un infortunio del genere era involontaria, come nel caso di chi finiva vittima di un maleficio, più spesso si trattava di azioni deliberate, fatte con piena consapevolezza di rendere offesa a Dio.
Henricus Lancelotz indicava al riguardo tredici cause più frequenti: 1) infedeltà e apostasia; 2) abuso dei sacramenti e in particolare dell'Eucarestia; 3) blasfemia contro Dio e i Santi; 4) frequente invocazione del nome del demonio; 5) studio della necromanzia, chiromanzia, idromanzia e altre arti proibite; 6) forte perturbazione dovuta all'ira; 7) maledizione da parte dei genitori; 8) ozio e accidia; 9) invidia; 10) tristezza; 11) superbia; 12) libidine sfrenata; 13) curiosità eccessiva.
Per riconoscere gli indemoniati si doveva osservare la presenza di sintomi specifici, descritti nei manuali per esorcisti, come l'Exorcismarium in duos libros dispositum (1639) di Ilario Nicuesa.
Il principale consisteva nel possedere poteri che andavano oltre i limiti umani: essi mostravano perciò una forza prodigiosa, muovevano oggetti da lontano, parlavano lingue sconosciute, erano in grado di predire il futuro o interpretare alla perfezione brani musicali, pur essendo digiuni di quell'arte.
Inoltre rifuggivano da ciò che avesse a che vedere con la religione, come le chiese, le tombe dei Santi e le loro reliquie: facilmente, davanti a esse, erano colti da accessi d'ira e sudori freddi.
Accusavano inoltre dolori che cambiavano di posto, correndo lungo il corpo, quando si facevano il segno della Croce. Non pronunciavano i nomi aventi a che fare con la divinità o, tentando di farlo, balbettavano e non riuscivano a terminarli. Soffrivano nell'ascoltare discorsi di religione, funzioni sacre e letture dei Vangeli. Quando un sacerdote li toccava sul capo, avvertivano un gran senso di pesantezza e, sempre davanti a un ministro di Dio, erano colti da brividi e si muovevano come rane e serpenti. Erano oppressi da visioni orribili e turpi, accompagnate da sgomento e tremore.
Amavano i luoghi bui e solitari e rifuggivano dalla luce. Senza ragione si davano a fughe improvvise, si percuotevano coi sassi o si davano fuoco.
E ancora: battevano i denti, emettevano versi ferini e avevano la schiuma alla bocca come cani rabbiosi. Mostravano occhi lucidi e spaventati, erano colti da terrori repentini, spesso si strappavano le vesti e si laceravano la pelle. Facilmente perdevano i sensi o erano colti da profondo sopore, soprattutto davanti a oggetti sacri; pronunciavano frasi senza senso e deliravano. A volte si rifiutavano ostinatamente di mangiare e sopportavano inedie lunghissime; altre invece, erano colti da fame vorace. Opprimevano del proprio odio gli amici, soprattutto quando questi si dedicavano a pratiche religiose. Immotivatamente piangevano, spesso senza rendersene conto.
Quando, ricorrendo tali segni o almeno alcuni di essi, ci si convinceva di trovarsi davanti a un posseduto, l'esorcista lo interrogava, rivolgendosi allo spirito maligno che gli stava dentro.
Non era però consentito addentrarsi in particolari in merito alle frequentazioni tra l'uomo e il maligno: il sacerdote doveva evitare di indulgere alla curiosità e limitarsi a conoscere le cose indispensabili.

Il RITO PRELIMINARE [dell'ESORCISMO STRAORDINARIO] iniziava con questa FORMULA:
Ego indignus Sacerdos, et Minister Altissimi, auctoritate mihi tradita a Sancta Romana Ecclesia supra inferni Principes, praecipio tibi nomine Divinae Maiestatis, ac Domini nostri Jesu Christi...nec non imperio potentiae Throni Sanctissimae Trinitatis, ut statim, nulla mora interiecta et fallacia, patefacias mihi nomen tuum... ('Io, indegno sacerdote e ministro dell'Altissimo, in virtù dell' autorità conferitami dalla Santa Romana Chiesa contro i Principi dell' Inferno, in nome della Maestà di Dio e di nostro Signor Gesù Cristo, nonché della potenza del Trono della Santissima Trinità, ti ingiungo di rivelarmi subito il tuo nome, senza indugio né menzogna').
Proseguiva poi con l'interrogatorio, formulato in latino nel testo (ma poi, al lato pratico, pronunciato nella lingua dell'ossesso, perché se questi non era una persona di cultura, era poco probabile che rispondesse a tono).
'Qual è il tuo nome?' era la prima domanda rivolta all'occupante, il quale replicava per tramite della vittima.
Ovvero, a volte lo faceva, a volte no.
Nel secondo caso si riteneva che non volesse manifestarsi e ci fosse bisogno di speciali orazioni per indurlo ad ascendere in linguam.
Ma anche nella prima eventualitaà bisognava usar cautela, perché volentieri il demone declinava nomi falsi.
'In quanti siete là dentro?' chiedeva l'esorcista.
'A quale schiera dell' Inferno appartenete? Chi vi comanda? Chi sono i vostri complici (socii, ministri, fautores)? Da quanto tempo vi trovate lì? E come ci siete entrati? Forse per un incantesimo? E, se sì, di che tipo? E' ancora attivo? E' stato rinnovato? In quale esatto giorno siete entrati in questo corpo?'.
Per sapere se l'indiavolato era vittima di un maleficio, bisognava vedere se ricorrevano gli indizi caratteristici. Cioè se:
1) era di colorito pallido, giallo o verdastro;
2) aveva un senso di oppressione allo stomaco o di soffocamento;
3) vomitava dopo aver mangiato o sentiva il cibo indigesto;
4) avvertiva un dolore puntorio alla bocca dello stomaco;
5) accusava male ai reni o alla nuca;
6) era soggetto a sincope;
7) manifestava ottenebramento cerebrale;
8) pativa di oppressione di cuore e dei visceri;
9) aveva improvvisi dolori per il corpo;
10) provava una grande stanchezza;
11) si sentiva debole in ogni parte del corpo;
12) soffriva di gonfiore di ventre, con presenza di aria;
13) era malinconico e taciturno;
14) tutte le medicine che avrebbero potuto curare tali sintomi non avevano con lui alcun effetto.
Qualcuno potrebbe osservare come tali sintomi siano tutt'altro che rari anche ai nostri giorni, in vari malanni di origine psicosomatica ma quel tempo, pervaso di superstizione e soprattutto caratterizzato da una medicina che come si ricava dall'introduzione al Manoscritto Wenzel (vedi) era alquanto empirica e spesso incapace di determinare la causalità del male sussisteva la tendenza a reputare la malattia come una punizione divina avverso un individuo malvagio od al contrario, mutatis mutandis, quale la conseguenza di una possessione diabolica di individui psicologicamente e spiritualmente fragili.
Ma proseguiamo col nostro Exorcismarium.
Se si stabiliva invece che maleficio non c'era, bisognava scoprire la causa per cui Dio aveva consentito che il diavolo (o i diavoli) fossero andati a cacciarsi pro prio 1ì.
A tal fine, proseguendo nell'indagine, si chiedeva agli spiriti:
1) a qual ordine angelico fossero appartenuti prima della loro ribellione a Dio;
2) in che regione del mondo Egli li avesse manda per punizione: se in quella orientale, occidentale, meridionale o settentrionale;
3) di che natura fossero: se ignea, aerea, acquatica o terrestre;
4) quale potenza angelica li avversasse;
5) quale Santo avessero in particolare antipatia.
A questo punto colui che interrogava l'ossesso aveva in mano gli elementi per decidere in che momento era meglio intervenire, quale esorcista fosse più adatto al compito e dove convenisse procedere: se era il caso di scegliere una chiesa o la tomba di un Santo.
L'ESORCISMO era un RITO COMPLESSO che prevedeva, come nella Messa, PARTI FISSE e MOBILI, contemplando la lettura di testi sacri, orazioni, responsori e litanie, variabili a seconda del calendario liturgico.
Esisteva perciò, analogamente alle altre funzioni, un exorcismarium de tempore e uno de Sanctis: il primo ordinato nelle varie parti dell'anno, l'altro secondo i giorni in cui ricorrevano le feste dei Santi.
Dapprima si svolgeva una fase preparatoria, con l'aspersione del luogo, accompagnata dalla recita di preghiere, litanie e salmi.
Poi il sacerdote leggeva un'epistola, imponeva la mano sul capo dell'esorcizzando, lo aspergeva con acqua benedetta e attendeva che il demonio si manifestasse, come detto sopra, in linguam.
Lo cingeva quindi con una stola e, se si trattava di un maleficiato, recitava una speciale formula adatta alla circostanza.
Poi gli faceva mettere le mani sull'altare, sul Vangelo o sul Crocefisso, e costringeva il demonio a sottoscrivere un'impegnativa che, nella formula, era abbastanza simile a un atto notarile e, liberamente tradotto, suonava così: Io sottoscritto diavolo di nome Tale, di mia spontanea volontà, prometto a te, ministro di Cristo, di dire il vero e di obbedire a quello che Dio vorrà per mezzo tuo. Altrimenti invoco su di me l'ira di Dio stesso, che mandi contro di me l'arcangelo Michele, il quale mi faccia prigioniero e mi getti nel fuoco dell' Inferno, dove vedrò aumentate le mie pene di momento in momento, fino al giorno del Giudizio.
Solo a quel punto poteva aver luogo la procedura vera e propria, che cominciava ripetendo l'interrogatorio di cui abbiamo già parlato, continuando per diverse pagine di scongiuri e citazioni dall'antico e dal nuovo Testamento.
E' probabile che un'impresa del genere avesse come conseguenza l'estenuazione fisica tanto dell'esorcista quanto dell'esorcizzato: una circostanza utile senz'altro alla buona riuscita dell'intervento.
Però non era detto che ciò avvenisse.
C'erano infatti casi in cui i demoni si mostravano resistenti e ricorrevano a vari espedienti per evitare di venire scacciati: si rifiutavano con ostinazione di rispondere, o facevano in modo che la loro vittima perdesse i sensi, cadesse in preda a convulsioni, fingesse di addormentarsi, simulasse paura, bestemmiasse, invocasse Satana o insultasse il sacerdote.
Per ognuno di questi casi, nonché per altri su cui sorvoliamo, erano previsti supplementi di preghiere.
In ultimo, se tutto andava bene, veniva recitata la formula detta Gratiarum actio pro demoniaco ab immundo spiritu liberato che, dopo un Te Deum di ringraziamento, ulteriori letture dai Vangeli e responsori, si concludeva con l'invettiva finale contro il Nemico in rotta:
Fuge ab hac vita fur, serpens, Balial, scelus, mors, hiatus, draco, belua, nox, insidiae, rabies, chaos, invide, homicida... Christus te, cum assedis tuis nequissimis, vel in mare, vel in scopulos, vel denique in porcorum gregem... fugam corripere iubeat, absque ullius laesione. Proinde liget te, et vos omnes nequissimos, Deus Jehova, coerceat vos, Deus Sabaoth, confundat vos Deus Adonay, comprimat vos Deus Sother, conculcet vos Deus fortis, compellat vos Deus Tetragrammaton, maledicat vos Christus Jesus, imo et sancta, atque indivisa Trinitas Trina, atque indivisa Dei unitas, Patris et Filii et Spiritus Sancti Amen.('Esci da questo corpo, tu, ladro, serpente, Balial, crimine, morte, abisso, drago, belva, notte, inganno, furia, caos, invidioso, omicida. Cristo ti costringa a fuggire, assieme aituoi pessimi settatori, o in mare, o tra gli scogli, oppure in mezzo a un branco di porci, senza permetterti di provocare danno ad alcuno. Poi leghi te e tutti voialtri malvagi Dio onnipotente, vi domi Dio degli Eserciti, vi confonda Dio nostro Signore, vi comprima Dio Salvatore, vi calpesti Dio forte, vi imprigioni Dio del Tetragramma, vi maledica Cristo Gesù e così pure la santa e indivisa Trinità trina e l'indivisa unità di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen').


giovedì 5 ottobre 2017

I Carmelitani

Il Monte Carmelo
I CARMELITANI in origine erano CROCIATI che, attirati dall’esempio di Elia, volevano consacrarsi al servizio della Madonna sul Monte Carmelo: proprio per questo motivo assunsero il nome originario di Eremiti del Carmelo (o Eremiti Latini).
Presero la prima dimora ufficiale, all’incirca tra il 1192 e il 1209, sulla via di pellegrinaggio che conduceva da Akko a Cesarea.
Non è peraltro noto in quale periodo S. Alberto Patriarca di Gerusalemme, abbia riunito in un gruppo gli Eremiti del Carmelo stendendo per loro la Regola di vita cioè quella che viene definita Regola primitiva: l’ipotesi più probabile è che tutto questo sia avvenuto anteriormente al 1214 quando Alberto ricoprì il suo patriarcato (1209?).
Successivamente i CARMELITANI istituirono monasteri in Palestina, in Siria, e quindi in Europa.
In Europa giunsero nel 1235, quando a due religiosi fu concesso di innalzare una Casa a Valencienne, in Francia.
L’immigrazione generale, però, ebbe luogo nel 1238, mentre nel 1241 due gentiluomini al seguito di Riccardo di Cornovaglia tornando in patria condussero con sé alcuni frati del Monte Carmelo e diedero loro due conventi: uno a Hulne, ai confini della Scozia, l’altro a Hylesford, nella contea di Kent. Anche S. Luigi, re di Francia, domandò nel 1245 al Priore del Monte Carmelo sei religiosi e diede loro una Casa vicino a Parigi.
Fu allora il momento di richiedere una superiore approvazione della Regola, che i Carmelitani ottennero da Papa Onorio III (30 gennaio 1226), riconfermata da Papa Gregorio IX (1229). Intanto la Terra Santa veniva progressivamente rioccupata dai Musulmani e l’esodo dei Carmelitani verso l’Europa, i loro paesi d’origine, divennetotale.
Qui, adeguandosi alle nuove condizioni di vita, si riavvicinarono alle città, sviluppando una certa vita comunitaria. Dovettero quindi appellarsi al Pontefice Innocenzo IV, per adattare la Regola alla loro mutata condizione sociale: da EREMITA, e l’Ordine si trasformò in MENDICANTE, sull’esempio dei Francescani e Domenicani.
Il primo ottobre 1247, Papa Innocenzo IV pubblicò la Regola Modificata dei Carmelitani.
Al crepuscolo del Medio Evo, specialmente dopo la grave crisi della Chiesa nel periodo in cui i Papi, lasciata Roma, si trasferirono ad Avignone e quindi durante lo Scisma d’Occidente, emerse in varie contrade una formidabile esigenza di riforme.
I Concili di Costanza (1414 - 1418), di Basilea (1431 - 1437) e di Ferrara-Firenze (1438 - 1442) furono essenziali tappe di questo processo di revisione: a tutto ciò si accostarono le imprese apostoliche di predicatori di penitenza, quali San Vincenzo Ferreri, SAN BERNARDINO DA SIENA (che tanto peso ebbe in ambito ligure ponentino) e San Giovanni di Capistrano.
Pure i CARMELITANI [ormai abbandonata la loro originaria e antichissima strutturazione di ORDINE CROCIATO] diedero stimolo ad una nuova generazione di monaci e monache estremamente operosi sul piano apostolico tra cui meritano di essere menzionati Bartolomeo Fanti, Angelo Mazzinghi, Giovanni Scopelli, Arcangela Ghirlani, Giovanni Soreth, e Beato Battista Mantovano che diede vita alla cosidetta Congregazione Mantovana.
La grande riforma dell’ORDINE, quella che diede vita ai CARMELITANI SCALZI, passò tuttavia attraverso il fervente operato di S. Teresa d’Avila sì che giustamente si può parlare di una Riforma Teresiana. Nel clima che caratterizzò il completamento della RICONQUISTA CRISTIANA DELLA SPAGNA nacque, il 28 marzo 1515, S. Teresa de Ahumada, che entrò fra le Carmelitane della sua città natale (Avila) a ventun anni, rimanendovi fino al 1562 presso il monastero dell'Incarnazione.
Con la fondazione del piccolo monastero di San Giuseppe ( 24 agosto 1562), Teresa iniziò alla sua riforma fra le monache.
Questa sarebbe poi stata estesa anche ai frati (Duruelo 1568) grazie al concorso di S. Giovanni della Croce.
L’ideale Carmelitano Teresiano era nello stesso tempo insieme contemplativo e apostolico.
Le caratteristiche fondamentali dei "mezzi" che la Santa considerava essenziali per il raggiungimento dei suoi ideali erano: orazione, zelo apostolico, solitudine (silenzio, ritiro, clausura), vita comunitaria (piccolo gruppo, vita fraterna, semplicità, libertà spirituale, umanesimo), spirito mariano, ascesi e lavoro.
Dopo la fondazione delle comunità femminili, l’idea di fondare alcune comunità maschili sullo stile del monastero di San Giuseppe, punto di partenza della Riforma Teresiana, si fece ben presto strada nella mente della Santa. Indubbiamente la sua formula di vita religiosa, che produceva così meravigliosi frutti di perfezione tra le donne, poteva ben essere realizzata anche tra gli uomini. Il 13 marzo 1566 il Padre Generale dei Carmelitani Giovanni Rossi, era sbarcato in Spagna, avendo ricevuto da Papa Pio V l’incarico di procedervi alla riforma dell’Ordine Carmelitano. Incontrò colà Santa Teresa e autorizzò la fondazione di due conventi di frati "riformati" o "scalzi". Fu in quel periodo che la Santa incontrò a Medina un giovane frate, allora venticinquenne: si chiamava fra Giovanni Della Croce ed era animato dallo stesso zelo; fu invitato a preparare il primo convento maschile a Duruelo (Avila) e a vestire, per primo, il nuovo saio che la stessa Teresa aveva ideato. La nuova vita di CARMELITANI SCALZI fu quivi inaugurata il 28 novembre del 1568 secondo le norme e le indicazioni di Teresa: ritorno alla Regola del 1247, spirito di mortificazione e di ritiro, perenne comunione orante con Dio, sforzi per rendere sempre più feconda l’azione apostolica. Nel 1570, dato il fiorire delle vocazioni, con l’autorizzazione del Padre Generale, si aprì ad Alcalà di Henares il primo Collegio della Riforma per favorire gli studi dei giovani religiosi.
Rettore ne fu, l’anno dopo, Padre Giovanni Della Croce.
Successivamente furono inaugurati il quarto convento ad Altomira, seguito da un altro a La Roda-Cuenea (1572).
Per quanto riguarda il perfezionamento delle strutture e dell’assetto giuridico dell’Ordine, importante RISULTO' l’opera di Padre Nicolò Doria, il quale ottenne da Papa Sisto V, nel 1587, l’erezione della Riforma Teresiana in Congregazione autonoma, con un proprio Vicario Generale. Non contento di questo, lavorò anche per la completa separazione dell’Antico Ordine Carmelitano, avvenuta nel 1593 con editto di Papa Clemente VIII: il superiore non si sarebbe più dovuto chiamare Vicario, ma Preposito Generale (nel 1594 venne eletto alla carica Padre Elia di San Martino). Se il 1600 segna l’inizio ufficiale della nuova Congregazione, già dall’anno prima i CARMELITANI D’ITALIA avevano redatto un testo di Costituzioni proprie, diverse da quelle spagnole, che rimasero in vigore con poche modifiche praticamente fino a oggi. Importante è ricordare il fatto che già nel 1605 il Capitolo Generale della Congregazione d’Italia decideva ufficialmente l’inizio di un’attività missionaria che prese il via nel 1620, sì che fu eretto in Roma un Seminario delle Missioni che si chiamò di San Pancrazio.
Le soppressioni dell’Ottocento segnarono la fine di un’istituzione che Papa Clemente XI, nel 1707, proponeva come esempio agli altri Ordini e che si era dimostrato centro così attivo di teologia e di pastorale missionaria. Il Seminario fu tuttavia restaurato in nuova sede, sempre accanto alla basilica di S. Pancrazio al Gianicolo, nel 1936; al presente sussiste praticamente incorporato al Teresianum, il collegio internazionale dell’Ordine: e se ogni Ordine religioso ha nella Chiesa la sua vocazione particolare, secondo la Regola del Carmelo e l’esempio dei suoi santi il nobile fine proposto è quello di mantenere, sviluppare e diffondere lo spirito di contemplazione. 
 
 
 

sabato 30 settembre 2017

La Passiflora fu subito un caso letterario in Europa

Un uomo, che si reputava un dio vivente, stava solo, cosa rara, sugli alti piani del suo immenso palazzo, la reggia dell'Impero, nell'Anahuac, che poi sarà detto solitamente Messico. Sotto un cielo di smeraldo ed al soffio d'una lieve brezza, fissava la sua smisurata capitale, gemma dello Stato.
Meglio se ne parlerà in altra occasione: qui basta rammentare, o forse meglio ipotizzare, che lo sguardo dell' "uomo-Dio" si sia alla fine fissato anche sul brulichio del mercato, più grande di qualsiasi altro in qualsivogli città d'Europa.
V'era ogni cosa, necessaria per la vita della città, popolosa quanto altre mai.
Al Signore dei Mexica, pur detti Aztechi, tormentato da recenti funesti presagi, forse sfuggiva che il suo destino, e quello del suo mondo, stava forse scritto entro le iridescenze d'un fiore pur esistente nei suoi domini ma scoperto dai Gesuiti tra lo smisurato Brasile e lo popolose contrade del Perù orgoglio d'un altro possente dominio, quello degli Inca.
Un bel fiore era, dai missionari collegato a Cristo sotto nome di "Fior della Passione" o Passiflora, la Granadiglia in effetti: per altri, tuttavia, simbolo d'oscuri richiami idolatri e pagani.
Una gemma della natura comunque, destinata a diventare un caso letterario in Europa, entro l'Adone e quindi nella disputa poetica sul "Giardino di Venere" fra Tomaso Stigliani e GianBattista Marino di cui, con tanti, un giovane ambizioso ventimigliese, tal Angelico Aprosio, fu acceso sostenitore
.
Le discussioni su un fiore, ambiguamento sospeso da opinioni diverse tra esaltazione del Cristo e sensuale culto di Demoni, furon forse solo metafora d'una "Passione" più estesa, del crollo di Imperi giudicati eterni e invece devastati da "uomini vestiti di ferro e con armi terribili", i quali, aiutati dai tanti nemici che la ferocia di Montezuma II aveva generato, avrebbero presto distrutto, nel sangue di tanti la splendida città dai mercati senza fine e dai tesori inenarrabili: e poi con essa le meraviglie di tutto "Il Nuovo Mondo". Sicché nella piazza deserta degli empori nulla rimase, forse i resti di qualche mercante tardivo alla fuga, esposto al vento, ove una sorta di locuste intralciava il pasto d' uccelli ben pasciuti e, soprattutto, il silenzio, che aveva sopraffatto le mille voci dei faccendieri: un silenzio di morte in cui, giorno dopo giorno, era sempre più facile odorare l'incenso portato dai preti d'un Mondo lontano ed ascoltare litanie, estranee nel senso ma prossime nel ritmo, a quelle degli antichi sacerdoti. 

giovedì 28 settembre 2017

Ramusio e la Terra di Hochelaga

Pianta La Terra De Hochelaga Nella Nova Francia, con a sinistra, il Monte Real, disegnata da Giacomo Gastaldi, illustrazione del libro i>Delle Navigationi et Viaggi. La Nuova Francia (in francese: Nouvelle-France) era un'area del Nord America, colonizzata dai francesi nei secoli XVI, XVII e XVIII. Al momento della sua massima espansione, nel 1712, il territorio della Nuova Francia era esteso da Terranova al Lago Superiore e dalla Baia di Hudson al Golfo del Messico. Il territorio era diviso in cinque governatorati, ognuno con la propria amministrazione: Acadia, Canada, Baia di Hudson, Terranova e Louisiana (prolungamento ideale di questo territorio erano la colonia delle Isole sottovento: Saint-Domingue, Guadaloupe e Martinique). Alcune di queste zone, segnatamente la provincia canadese del Québec e parte di quelle di Ontario e Nuovo Brunswick, corrispondono a quello che oggi viene comunemente chiamato Canada francese.

Giovanni Battista Ramusio (Treviso, 20 luglio 1485 – Padova, 10 luglio 1557) è stato un diplomatico, geografo e umanista italiano della Repubblica di Venezia. 
Fu l'autore del primo trattato geografico dell'età moderna. 
Figlio del trevigiano Paolo Ramusio, magistrato della Repubblica Veneta, fu discepolo del filosofo e umanista Pietro Pomponazzi, fece parte dell'Accademia Aldina collaborando con il suo fondatore, il famoso umanista e stampatore Aldo Manuzio, per il quale curò le edizioni aldine di Quintiliano 1514 e della Terza deca di Tito Livio 1519. Scambiò fitte corrispondenze con eminenti personalità del suo tempo, quali il letterato Pietro Bembo e il medico Girolamo Fracastoro. 
Appena trentenne divenne cancelliere della Repubblica Veneta e fu intimo collaboratore del Doge Alvise Mocenigo; dal 1515 fu segretario del Consiglio dei Dieci. 
Raffinato diplomatico, conoscitore profondo di parecchie lingue, venne inviato quale ambasciatore della Serenissima presso diverse corti europee. 
Resta famosa la sua permanenza presso la corte del re francese Luigi XII durante la quale si interessò molto alle esplorazioni francesi nell'America settentrionale. In quegli anni la Repubblica di Venezia era molto interessata alla via marittima delle Americhe, che vedeva come un nuovo sbocco per i suoi commerci, messi in pericolo dall'avanzare degli ottomani nel Mediterraneo. 
Tramite le sue amicizie diplomatiche, riuscì ad ottenere sollecitamente i resoconti dei viaggi dell'esploratore bretone Jacques Cartier, inviato dal re Francesco I nel Canada, allora "Nuova Francia". La sua grande abilità nel tracciare mappe gli consentì, sulla sola scorta della descrizione di Cartier, di far comporre da Giacomo Gastaldi la mappa della "Terra di Hochelaga" (terra dei castori), che rappresenta con molta verosimiglianza il territorio della colonia di Ville-Marie, l'attuale Montréal. Il Doge gli richiedeva mappe dettagliate di tutti i nuovi porti commerciali e si fece dipingere da lui, negli appartamenti di Palazzo Ducale, una carta geografica con tutti i porti del Mediterraneo. 
La sua opera più importante, alla quale è legata la sua fama letteraria, è il monumentale trattato dal titolo Delle navigationi et viaggi, il primo trattato geografico dell'età moderna, pubblicato fra il 1550 e il 1606, che riunisce più di cinquanta memoriali di viaggi e di esplorazioni dall'antichità classica fino al XVI secolo, da Marco Polo, a Vespucci, alle grandi esplorazioni africane. La pubblicazione di questo trattato subì varie vicissitudini, poiché il primo volume fu stampato nel 1550, il terzo volume fu stampato nel 1556, e il secondo volume, il cui manoscritto era andato distrutto in un incendio, fu stampato postumo nel 1559, due anni dopo la morte di Ramusio. L'idea di comporre questo trattato risale sicuramente al periodo in cui Ramusio ebbe l'incarico di prendere contatti con il navigatore Sebastiano Caboto, figlio di Giovanni Caboto, per convincerlo a mettersi al servizio della Serenissima. Ramusio, pur non avendo viaggiato personalmente nei paesi che descrisse, riuscì a darne una descrizione molto precisa e veritiera, perché si tenne in contatto con molti viaggiatori ed esploratori e poté consultarne i resoconti di viaggio. 
Con la sua opera, fu l'antesignano di tutta una vastissima produzione letteraria geografica, fra cui, subito dopo di lui, spiccano le opere di Richard Hakluyt. 


 

martedì 26 settembre 2017

Il comandante del Bounty

William Bligh è stato un ufficiale britannico, noto per essere stato al comando della HMS Bounty durante il celebre ammutinamento.
Nato nel piccolo villaggio di Saint Tudy, nei pressi della città di Bodmin (Cornovaglia), fu figlio unico di Francis Bligh, morto il 27 dicembre 1780, e di Jane Pearce, che morì quando il giovane William aveva solo 14 anni. All’età di sette anni fu assegnato come servitore personale del comandante della HMS Monmouth nel 1762. A quel tempo era una pratica abbastanza diffusa entrare giovanissimi nella Royal Navy con lo scopo di trascorrere il più velocemente possibile il periodo minimo necessario per una veloce promozione ai gradi successivi.
Nel 1770 prestò servizio sulla HMS Hunter e divenne aspirante guardiamarina nel 1771 a bordo della HMS Crescent dove rimase in servizio per tre anni, per poi passare a bordo della HMS Ranger. Nel 1776 Bligh fu scelto dal capitano James Cook per il suo sfortunato viaggio a bordo della HMS Resolution durante il quale lo stesso Cook trovò la morte nelle Hawaii.
Di ritorno da questa spedizione Bligh ritornò in patria nel 1780 consegnando un esauriente resoconto del viaggio e della morte di Cook. Dopo un periodo di ferma di circa un anno, il 4 febbraio 1781 Bligh sposò Elizabeth Betham, figlia di un funzionario in servizio nella cittadina di Douglas, sull’Isola di Man, subito dopo aver raggiunto il grado di sottotenente di vascello. Tornato in servizio attivo dopo pochissimi giorni dal matrimonio a bordo della HMS Belle Poule, nell’agosto di quello stesso anno, partecipò alla battaglia di Dogger Bank, durante la quarta guerra anglo-olandese e nel 1782 si adoperò per la difesa di Gibilterra contro la flotta spagnola.
Tra il 1783 ed il 1787 Bligh prestò servizio nella marina mercantile e venne assegnato al comando della HMS Bounty, per volontà del naturalista e botanico inglese Joseph Banks, per una spedizione scientifica organizzata dalla Royal Society for the encouragement of Arts, Manufactures & Commerce e diretta a Tahiti con lo scopo di prelevare in loco alcune piante dell’albero del pane. Il Bounty salpò il 23 dicembre 1787 ed il viaggio verso Tahiti si rivelò ben presto molto arduo, e dopo aver tentato senza successo di doppiare Capo Horn, la nave si diresse verso il famigerato Capo di Buona Speranza costringendo la nave ad un consistente ritardo su quanto programmato. Bligh giunse a Tahiti nell’aprile di quello stesso anno e fu costretto ad un ulteriore ritardo per attendere la maturazione delle piante dell’albero del pane.

Il 28 aprile 1789 un gruppo di ammutinati, capitanati dal suo secondo Fletcher Christian, costrinsero Bligh e i diciotto marinai rimasti a lui fedeli ad abbandonare la nave a bordo di una lancia con cibo e acqua per pochi giorni e con solo un sestante per orientarsi in mare. Nonostante fosse una impresa disperata, dopo circa 47 giorni di viaggio, Bligh riuscì a condurre i suoi uomini prima verso l’atollo di Tofua, per approvvigionarsi, e poi a raggiungere l’isola di Timor, perdendo un solo uomo.
Le ragioni dell’ammutinamento sono ancora oggetto di dibattito (pur se sarebbe stato scoperta recentemente la “relazione di un sopravvissuto”) tuttavia è certo che al suo ritorno in patria Bligh venne sottoposto alla corte marziale ed esonerato dal comando per la perdita del Bounty (la corte marziale era obbligatoria per chi perdeva una nave), ma restò tuttavia in servizio nella Royal Navy. Dal 1791 al 1793 fu assegnato in servizio sullo Sloop-of-war HMS Providence, che, insieme con una seconda nave, la HMS Assistance’, tentò una seconda spedizione per prelevare piante dell’albero del pane da Tahiti e trasportarle nelle colonie delle Indie occidentali.
Questa seconda spedizione ebbe successo e, durante il tragitto, Bligh prelevò alcuni frutti di blighia in Giamaica che consegnò alla Royal Society al suo ritorno in patria. Il nome scientifico di questa pianta, Blighia sapida, è stato scelto proprio in onore di Bligh.
In qualità di comandante della HMS Director Bligh partecipò alla battaglia di Camperdown svoltasi l’11 ottobre 1797, dove procurò seri danni a ben tre navi olandesi, la Haarlem, la Alkmaar e la Vrijheid. Il 2 aprile 1801, al comando della HMS Glatton, Bligh partecipò alla battaglia di Copenaghen, in occasione della quale ricevette un encomio formale dall’ammiraglio Horatio Nelson.
Nel 1805 venne nominato governatore del Nuovo Galles del Sud, per volere di Joseph Banks, incarico che iniziò a ricoprire di fatto solo nell’agosto del 1806. A causa del suo atteggiamento rigido nei confronti di ogni tipo di illecito, Bligh entrò presto in conflitto con il pioniere dell’industria della lana John Macarthur, e con altri importanti rappresentanti della corona britannica come Thomas Jamison, i quali da tempo avevano intrapreso una lunga serie di traffici e di speculazioni commerciali poco limpidi ed ai quali Bligh intendeva porre un freno.
Il protrarsi di questo conflitto portò ad una vera e propria ribellione nota come ribellione del rum che portò nel 1808 alla deposizione e all’arresto di Bligh da parte dei rivoltosi, guidati dal comandante dei New South Wales Corps il maggiore George Johnston, il 26 gennaio 1808. Trasportato sulla HMS Porpoise in qualità di prigioniero, venne condotto nel porto di Hobart, in Tasmania, dove fu liberato solamente agli inizi del 1810. Il 17 gennaio 1810 Bligh raggiunse il porto di Sidney ed iniziò subito a raccogliere prove per la messa sotto corte marziale di Johnston.
Il processo, a cui partecipò attivamente, durò da maggio ad ottobre e portò alla condanna di Johnston che venne espulso dal corpo dei Royal Marines senza alcun compenso. Per contro Bligh ricevette la promozione a Contrammiraglio e nel 1814 venne ulteriormente promosso al grado di ammiraglio. Tuttavia questa promozione fu soltanto nominale, in quanto dopo la sua liberazione Bligh non ricevette alcun incarico di una certa rilevanza, tuttavia non restò inattivo e si dedicò alla progettazione del North Bull Wall, una barriera artificiale costruita alla foce del fiume Liffey, a Dublino, con lo scopo di contrastare l’effetto Venturi. L’attuale North Bull Island è un isolotto artificiale frutto dei sedimenti di sabbia causati dal progetto di Bligh, il quale nel frattempo si dedicò alla rilevazione topografica della baia di Dublino.
Durante gli ultimi anni della sua vita, Bligh visse a Farningham nella sua magione e morì in Bond Street, a Londra, il 6 dicembre 1817. Venne seppellito nel cimitero della chiesa parrocchiale di Lambeth.

da Cultura-Barocca

martedì 19 settembre 2017

I Cavalieri Ospitalieri

 

I Cavalieri Ospitalieri o Gerosolimitani originariamente essi ebbero nome di "ORDO MILITIAE SANCTI JOHANNIS BAPTISTAE HOSPITALIS HIEROSOLYMITANI". Si trattava di in ordine religioso cavalleresco le cui origini sono da collegare all'istituzione di un OSPEDALE a Gerusalemme ancora prima delle Crociate e finalizzato allo scopo di assistere i già tanti pellegrini che, sfruttando la tolleranza degli Arabi, già si recavano in Terrasanta dall'XI secolo. 

(Durante il primo Medioevo, Carlo Magno chiese al califfo Harun ar-Rashid il permesso di costruire a Gerusalemme un ospizio e una chiesa per i pellegrini di lingua latina. Nacque così, in una zona chiamata Muristan (una parola persiana che significa ospedale), a sud del Santo Sepolcro, un gruppo di edifici, ospedali e ricoveri destinati a soccorrere i pellegrini per centinaia di anni.
Dopo qualche secolo di alterne vicende, nel 1030 l'ospizio venne ricostruito a spese dei mercanti di Amalfi, e affiancato da due nuove chiese. Nacque pertanto la Chiesa di San Giovanni Battista, la più antica di Gerusalemme (la sua parte primitiva risale al 450), e quella di Santa Maria Latina, poi inglobata nella vicina Chiesa Luterana del Redentore; all'arrivo dei Crociati, San Giovanni Battista diventò la sede del ricco Ordine Cavalleresco degli Ospitalieri, che gestirono l'ospizio per più di tre secoli, fino ai tempi di Solimano.)

 L'OSPIZIO e la CHIESA connessa erano dedicati a S. GIOVANNI BATTISTA e la confraternita religiosa che li amministrava seguiva la regola agostiniana (nonostante varie ipotesi al momento attuale non è possibile dire se l'OSPEDALE sia da identificare con quello istituito nella stessa zona dai mercanti di Amalfi nel 1023) Durante la vittoriosa impresa della I Crociata a Gerusalemme era amministratore di questa STRUTTURA DI RICOVERO E CURA tale Gerardo, su cui non si hanno dati specifici.
Data l'euforia della vittoria cristiana l'OSPEDALE fu ingrandito con donazioni e successivamente papa Pasquale II con sua Bolla del 15-II-1113 approvando l'istituzione assistenziale la pose sotto la protezione della Santa Sede.
Morto Gerardo, si ebbe una trasformazione sotto il suo successore RAIMONDO DE PUY.

Ai componenti dell'istituto oltre le funzioni religiose e assistenziali furono allora attribuite PREROGATIVE MILITARI: ci si rese conto che, data la precarietà delle conquiste cristiane in Terrasanta, era necessario fornire a questi "religiosi" la capacità e il diritto di difendere sia la propria chiesa che il loro ospedale.
Così agli ordini religiosi tradizionali che essi dovevano assumere fu aggiunto quello "militare".
I componenti dell'istituto vennero così diversificati: i NOBILI divennero MONACI-CAVALIERI, mentre i NON NOBILI conservarono la fisionomia non guerresca di CAPPELLANI (per i servizi religiosi veri e propri oltre che per le cure assistenziali) e di SERVIENTI-ARMIGERI.
Agli OSPITALIERI o GEROSOLIMITANI (esisteva sostanziale interscambio nella denominazione) fu assegnato un ABITO ORIGINALE caratterizzato da un MANTELLO NERO con CROCE BIANCA SUL PETTO.
Già subito però con RAIMONDO DE PUY la croce bianca fu modificata e divenne la CROCE OTTAGONALE destinata a restare simbolo dell'Ordine.
Inoltre Innocenzo IV nel 1248 autorizzò questi cavalieri a indossare sull'armatura una SOPRAVVESTE NERA.
Sotto papa Alessandro VI, nel 1259, essa fu però ancora cambiata e divenne di COLORE ROSSO.
L'Ordine raggiunse successi e fama specie nella II Crociata partecipando alla spedizione contro Damasco e contribuendo alla conquista di Ascalona: anche in funzione di ciò ebbe particolari riconoscimenti e alla fine papa Anastasio IV nel 1154 concesse l'esenzione dall'autorità dell'ordinario diocesano compreso il patriarca di Gerusalemme.
L'Ordine, che non venne mai meno ai suoi impegni assistenziali, raggiunse notevole potenza e creò molte fondazioni anche in Europa già nel XII secolo.
Per dare un'idea della sua potenza basti dire che l'OSPEDALE DI GERUSALEMME già nell'XI secolo era in grado di dare ospitalità (per riposo ma anche per cura) ad almeno 2000 PERSONE.
Nel 1162, '68 e '69 il GRAN MAESTRO DEI GEROSOLIMITANI od OSPITALIERI (Gilberto d'Assaily) aiutò militarmente il re di Gerusalemme Amalrico in ripetute spedizioni contro l'Egitto islamico.
Il Saladino debellò tuttavia a Hittin il 14-VII-1187 le forze cristiane e quindi riuscì a conquistare anche Gerusalemme.
La causa dei Crociati risentì paurosamente della disfatta e anche l'ORDINE DEGLI OSPITALIERI o GEROSOLIMITANI pagò la sconfitta con un notevole ridimensionamento: aveva peraltro visto uccidere molti suoi valenti monaci-cavalieri mente altri erano stati fatti prigionieri.
L'ORDINE abbandonò quindi l'OSPEDALE DI GERUSALEMME e pose le sue basi in Siria a Marquab, organizzando una robusta resistenza alla riconquista araba.
Poichè la TERZA e a QUARTA CROCIATA erano state dei nobili fallimenti il nuovo GRAN MAESTRO DELL'ORDINE (Garin de Montaigu) si recò in Europa per ottenere una nuova spedizione militare: nel corso del suo impegno si curò di ampliare i possedimenti dell'Ordine, grazie a ulteriori donazioni, ed a costituire nuove BASI in Europa, specie CHIESE-OSPEDALI nelle aree portuali donde i Crociati avrebbero preso poi il mare per la Terrasanta (siamo a metà del XIII secolo, nel momento in cui si formarono gli OSPEDALI GEROSOLIMITANI di PORTOMAURIZIO e di OSPEDALETTI nel Ponente Ligure. Fra vari interrogativi ed incertezze, non prive di fondamento, si possono citare gli insediamenti, da alcuni teorizzati, a COLDIRODI ed a SAN BARTOLOMEO D'ARZENO mentre sicuramente, con altre basi, in Liguria spicca naturalmente la COMMENDA DI S. GIOVANNI DI PRE' peraltro doviziosamente citata da A. Aprosio nel suo repertorio biblioteconomico a pagina 575).
La Crociata viene condotta sotto grandi auspici dal giovane imperatore FEDERICO II.
I GEROSOLIMITANI restano però prontamente disillusi in quanto il condottiero cristiano preferisce evitare l'uso delle armi e rifarsi alla diplonazia, facendo stendere un TRATTATO (1244) per cui Gerusalemme tornò sì ai Cristiani ma in un clima di perenne instabilità: ed infatti appena tre anni dopo la città fu presa dai TURCHI KHOVARESMI in piena espansione a danno degli ARABI.
La disfatta dei GEROSOLIMITANI fu notevole.
Il loro GRAN MAESTRO (Guillame de Chateaneuf) fu fatto prigioniero e anche la formidabile fortezza gerosolimitana di Ascalona cadde in mano dei conquistatori islamici.
Luigi IX il Santo di Francia partì allora dalla PROVENZA nel 1250: ed è da notare come proprio in relazione a questo sforzo a metà dello stesso secolo nel territrio di Ventimiglia (notoriamente area di passaggio per la Provenza) proliferassero OSPEDALI e CAVALIERI, RELIGIOSI e NON.
L'impresa del re di Francia si concluse però nella nuova sconfitta di Mansura che ebbe grandi negative ripercussioni sul morale e la compattezza dell'ORDINE che in quell'impresa aveva riposto molte speranze per tornare alla primitiva potenza.
La crisi politico-militare dell'Ordine corrispondeva ad un allentamento dei valori originali susseguenti ad un indebolimento morale dei costumi e contro tutto ciò papa Gregorio IX si vide costretto ad emanare una Bolla nel 1238.
Peraltro gli Ospedalieri o Gerosolimitani erano spesso in contrasto coi Templari in relazione soprattutto al perenne stato di conflitto in Oriente tra Genova, di cui gli Ospedalieri erano alleati, e Venezia.
Poco dopo la metà del XIII secolo si cercò di conciliare queste pericolose divisioni in seno alla Cristianità ma la cosa non impedì a Bibars, sultano d'Egitto e comandante supremo dei Mamelucchi, di occupare la Siria nel 1261 e di mettere termine al principato di Antiochia.
Poco dopo, nel 1271, cadde addirittura il KRAK DEI CAVALIERI e nel 1285 cedette anche IL MARQUAB.
Tripoli si arrese nel 1289 e S.GIOVANNI D'ACRI si consegnò agli invasori musulmani nel 1291.
La sede dell'ORDINE fu allora trasferita nell'isola di Cipro a Limisso.
Poi grazie ai servigi del genovese Vignolo dei Vignoli gli OSPEDALIERI o GEROSOLIMITANI (1308) sottrassero ai Bizantini l'importante isola di RODI.
Qui il GRAN MAESTRO (nel caso Folco de Villaret) pose la nuova sede dell'Ordine e per due secoli i Cavalieri vi tennero una posizione di grande prestigio: in funzione di questo radicale cambiamento mutarono allora il nome originario di GEROSOLIMITANI o OSPEDALIERI in quello di CAVALIERI DI RODI su cui esiste in collezione privata un volume intitolato RHODIORUM HISTORIA... scritto da GUILLELMUS CAORSIN ed edito ad Ulm per Johann Reger nel 1496: si tratta di un'opera rarissima ed estremamente preziosa con nel testo 16 tavole silografiche.
 La posizione strategica dell'isola permise ai Cavalieri di assumere un ruolo egemonico in campo politico e mercantile visto che potevano essere l'ago della bilancia nel contesto di molti rapporti diplomatici ed economici.
In particolare furono stretti accordi commerciali con Genova, Venezia e Pisa oltre che con altre potenze marinare.
Inoltre i CAVALIERI strinsero relazioni mercantili addirittura coi potentati arabi e cercarono persino di addivenire a degli accordi coi Turchi Ottomani, cosa che sarebbe anche riuscita, nonostante la severa condanna del Soglio papale, se il Sultano non avesse preteso anche l'alta sovranità sull'isola di Rodi.
I CAVALIERI DI RODI mirarono, a differenza dei loro predecessori, a costituirsi un vero e proprio domini territoriale che si estendeva da Rodi a molte isole vicine.
Il GRAN MAESTRO DEI CAVALIERI DI RODI era nello stesso tempo PRINCIPE DI RODI mentre il CONSIGLIO DEI CAVALIERI, quasi fosse a capo di una sorta di repubblica aristocratica con proprie NORME STATUTARIE, si arrogava vere e proprie prerogative sovrane tra cui quelle di coniare moneta, di intrattenere rapporti diplomatici con altri Stati, di organizzare un esercito ed una flotta e di guidarli nel piano generale di una difesa della Cristianità.
Come si intende rispetto alla matrice originaria i CAVALIERI DI RODI andavano deprimendo gli impegni religiosi e assistenziali a vantaggio di interessi politici e socio-economici.
Non è vero però, come qualcuno ha suggerito, che abbiano da questo momento trascurato i primitivi fini assistenziali.

A RODI infatti essi avevano eretto un gigantesco OSPEDALE preposto all'assistenza degli indigenti e degli ammalati.
La secolarizzazione dell'ORDINE fu peraltro connessa al crollo dell'ORDINE DEI TEMPLARI molti beni dei quali pervennero appunto ai CAVALIERI DI RODI.
L'organizzazione definitiva dell'Ordine data a poco dopo questi eventi.
L'organismo base della loro struttura sociale era la COMMENDA (vedi per esempio la COMMENDA GENOVESEDI PRE').
Più COMMENDE, cioè più CASE, formavano un PRIORATO mentre più priorati, all'interno di distinte nazioni, formavano le PROVINCE o LINGUE.
Alla fine del '400 le LINGUE di CAVALIERI DI RODI corrispondevano a otto lingue o nazioni: Provenza, Alvernia, Francia, Italia, Aragona, Castiglia-Portogallo, Inghilterra, Germania (comprendente anche Ungheria, Boemia e Scandinavia).
Ogni LINGUA aveva un suo capo cui spettava una delle cariche supreme dell'Ordine come GRAN COMMENDATORE, MARESCIALLO, OSPEDALIERE, GRANDE AMMIRAGLIO, DRAPPIERE, GRAN CONSERVATORE, GRAN CANCELLIERE, TURCOPILIERO, GRAN BALI', CAPITANO GENERALE DELLE FORZE ARMATE, CASTELLANO DI EMPOSTA.
Siffatta struttura garantiva l'internazionalità dell'Ordine al cui vertice stava sempre il GRAN MAESTRO che era eletto a vita dal parlamento o CAPITOLO GENERALE DEI CAVALIERI.
Per quanto riguarda i servigi svolti per la cristianità è da menzionare che fra tutti prevaleva ormai la funzione militare svolta contro le forze egiziane e turche.
Appoggiati da Venezia e Cipro i CAVALIERI DI RODI occuparono Smirne nel 1344 e la mantennero sino al 1402 quando fu conquistata dai MONGOLI DI TAMERLANO: i CAVALIERI non si diedero però a fuga dissennata ma anzi resero ardua ogni nuova conquista ai Mongoli e di fatto minacciarono sempre la penisola anatolica fondando nel 1408 il castello di S. Pietro dirimpetto all'isola di Cos.
Soprattutto esperti nelle gesta marinare i CAVALIERI impeganarono i Turchi anche in imprese di terra e per esempio nel 1396 parteciparono alla sfortunata impresa di Nicopoli contro Bayazid I.

Dopo la conquista turca di COSTANTINOPOLI i CAVALIERI si trovarono circondati da gravi pericoli.
MAOMETTO II, che li riteneva un grande pericolo, organizzò una spedizione contro Rodi: l'attacco fu tuttavia respinto per la formidabile resistenza organizzata dal GRAN MAESTRO Pietro d'Aubusson.
Nella stessa impresa non riuscì però il MAESTRO Filippo de Velliers de l'Isle Adam quando l'isola, nel 1522, fu assalita dal novo signore dei turchi SOLIMANO IL MAGNIFICO.
Ritiratisi dall'isola di Rodi i CAVALIERI ottennero nel 1530 il possesso dell'ISOLA DI MALTA dall'imperatore Carlo V: essi furono peraltro penalizzati oltre che dalla sconfitta militare e dalla perdita dei possessi orientali da una notevole crisi di valori interni dipendenti dalla spaccatura della cristianità come conseguenza della RIFORMA PROTESTANTE.
Dando però prova ancora una volta di grandi capacità organizzative essi si riorganizzarono a Malta continuando il loro storico programma di lotta all'espansionismo islamico: ancora una volta cambiarono però il loro nome, mutandolo dal luogo in cui avevano la loro base principale e pertanto divennero il SOVRANO MILITARE OSPEDALIERO ORDINE DI MALTA più sveltamente detto poi ORDINE DEI CAVALIERI DI MALTA.
L'isola fu splendidamente fortificata e nel 1565 fu in grado di resistere a un'aggressione della FLOTTA IMPERIALE TURCHESCA D'OCCIDENTE.

Nell'isola fu poi fondata la cittadella de LA VALLETTA così nominata dal GRAN MAESTRO DELL'ORDINE che fortificò e valorosamente difese l'isola, Jean Parisot de La Valette.
E proprio ai CAVALIERI DI MALTA l'erudito Aprosio dedicò pagine significative del suo repertorio bibliografico.
I CAVALIERI DI MALTA parteciparono poi alla battaglia di Lepanto, alla difesa di Candia (1645-1669), alle campagne d'Ungheria con Sobieski e di Morea coi Veneziani.
Proprio nel XVII secolo essi conseguirono ulteriore rinomanza per queste gesta e al loro GRAN MAESTRO fu conferito il titolo di PRINCIPE DEL SACRO ROMANO IMPERO e nel 1630 un grado ecclesiastico equivalente a quello di cardinale.
Nel XVIII secolo si spense però il governo autocratico del GRAN MAESTRO Emanuele Pinto de Fonseca che, inimicandosi la Santa Sede, aveva cacciato dall'isola i Gesuiti.
Con la Rivoluzione Francese l'Ordine fu spoliato dei suoi beni in area transalpina e Malta divenne terra di nobili francesi in fuga.
Nel 1792, conquistata l'isola, Napoleone ottenne la cessione dell'isola che non tornò più ai CAVALIERI DI MALTA.
Molti CAVALIERI DI MALTA si rifugiarono presso lo ZAR DI RUSSIA PAOLO loro protettore che fu eletto "gran maestro" anche se la Santa Sede non riconobbe l'ATTO essendo lo ZAR DI RELIGIONE ORTODOSSA E CONIUGATO.
Dopo la morte di Paolo I un CAPITOLO DELL'ORDINE attribuì la carica di GRAN MAESTRO DELL'ORDINE ai PONTEFICI ROMANI: usanza che da allora mai più venne meno.
Dopo le sedi provvisorie di Catania e di Ferrara da 1834 l'ORDINE DEI CAVALIERI DI MALTA si stabilì in ROMA (nel 1961 Papa Giovanni XXIII ne approvò la carta costituzionale).