domenica 25 giugno 2017

Ipnotismo, sonnambulismo, fascinazione, sibille

Il presunto Antro dell'Averno
La tecnica dell'IPNOSI e dell'IPNOTISMO (nell'età intermedia sempre in bilico tra le ACCUSE DI PRATICA STREGONESCA e di ESERCIZIO CIRCENSE) prima di essere faticosamente riscatta dalla SCIENZA MODERNA) risale a tempi assai remoti: scomodando il complesso, e non sempre decifrato, patrimonio sacerdotale egizio o caldeo, si può per esempio affermare, senza tema di smentimenti, che per molti versi il sonnambulismo, una fra le principali conseguenze dell'ipnosi, era già stato intimamente connesso a pratiche rituali pagane, perseguite dal Cristianesimo primigenio, come le "arti proibite" della Profezia e/o Divinazione [storicamente proprie della cultura oracolare e della tradizione profetica delle SIBILLE (PROFETESSE - PITONESSE -PIZIE) antiche [celeberrimo in particolare l'ANTRO DELLA SIBILLA CUMANA] ormai equiparate dalla pubblicistica ecclesiastica ma anche da interessati medici al rango di a STREGHE]: un rarissimo esempio della sopravvivenza della cultura oracolare delle Sibille (sconosciuto alla cultura inerente ed alle bibliografie ufficiali e comunque ascritto al settore dei "libri eretici" e quindi dei "libri proibiti") è il VOLUME (edito nel 1775 a Viterbo, per lo stampatore Domenico Antonio Zenti, formato in 8°, di pp.6-20-166 con il frontespizio interamente inciso) di Vincenzo Azzolini dal titolo Oracoli Sibillini, libri sei, Tradotti dal Greco in Versi Sciolti Toscani.
Sulle radici di una gloriosa tradizione letteraria il mito della SIBILLA CUMANA peraltro valicò la scomparsa del mondo antico e nel Medioevo si cercò di individuare, secondo la tradizione della poesia virgiliana letta attraverso il commento di Servio, la sede dell'oracolo sibillino: esercitò poi sempre un particolare fascino tra i dotti la leggenda virgiliana della discesa agli inferi di Enea, cioè della sua "missione" all'AVERNO destinata a forgiare e giustificare i destini di ROMA, sotto la guida della profetessa. Su tale direttrice culturale si cercò quindi di individuare l'antro della mitica discesa sulla sponda del LAGO D'AVERNO, localizzandolo presto negli ambienti tuttora caratterizzati dal toponimo GROTTA DELLA SIBILLA.
Per l'intiero Rinascimento non si discusse mai tale identificazione atteso che era stata sostenuta anche dal Petrarca e dal Boccaccio oltre che dagli antiquari locali e dai viaggiatori stranieri.
Scetticismo mostrarono ben pochi studiosi tra cui l'Alberti ed il Capaccio, che rigettarono siffatta localizzazione, in forza d'una analisi critica, esente da qualsiasi principio d'autorità, del testo virgiliano, che li portò ad individuare con giustezza nella GROTTA DELLA SIBILLA un arcaico camminamento tra il Lucrino e l'Averno: eppure nonostante la loro autorità da cui si evolsero i sempre maggiori dubbi degli eruditi, la visita all'ANTRO DELL'AVERNO costituì per molto tempo ancora una delle mete predilette del Grand Tour proprio mentre le rovine dell'Acropoli di Cuma erano degradate nell'indifferenza generale sino ad un secolare abbandono.
Si tratta probabilmente di leggende, connesse alla letteratura -in gran parte oracolare- fiorita intorno alle figure delle Sibille ma nello smisurato campo degli studi sull'aretalogia pagana si individuano vaghissime tracce su una casta sacerdotale femminile, per breve periodo di un certo peso culturale e sociale tra area Mesopotamica ed Oasi di Tineh in Egitto, la cui Sacerdotessa madre avrebbe detenuto il potere dell'Ingadurn, nome che è giunto solo oralmente e in vari esiti, tutti inspiegabili, che per quei pochi dati che è stato possibile mettere insieme parrebbe essere uno fra i tanti nomi dell'arte ipnotica, ma senza uso di filtri e specchi: sarebbe stato un modo d'entrare nelle menti dei più semplici e ricettivi sì da suggestionarli, creando immagini di varia natura, spesso terrificanti o consolatorie. Non si sa di più sulla tecnica dell'Ingadurn per alcuni si tratta solo d'una leggenda alimentata per rendere più temuta la figura della Sacerdotessa madre: per vie insondabili ed inspiegabili, già in epoca romana, alcune maghe di tradizione orientale avrebbero condotto nella capitale, più come un gioco da illusionisti, i rudimenti di tale "pseudoscienza" per far soldi alle fiere ed ai mercati.
Anche nella Grecia classica la condizione pseudonirica dell'estasi poi confusa facilmente con il discusso tema dell'ipnosi [cui peraltro non era estranea l'assunsione di sostanze allucinogene] era peraltro considerata - da una postazione sempre maschilista - più consona alla fragilità emotivo-costituzionale femminile (che si esaltava nel ruolo sacrale della PIZIA (PITONESSA), equivalente della "SIBILLA" O MEGLIO DELLE "SIBILLE") e poco in sintonia con l'aristocratico decoro dei maschi egemoni) o come il "Sonno rituale" o "terapeutico" presso gli antichi templi, contro cui (come avverso il rituale delle "abluzioni curative" nelle Fonti sacre dei Luci o "Boschi sacri", spesso votati alla religione celto-romana delle Matres ed ancor più contro il tema di ascendenza ellenistica ma non ignaro in contesto romano dell'Aretalogia o Miracolistica Pagana nel Sonno Sacro presso i Santuari della Guarigione e comunque connesso alla potenza guaritrice di Apollo e del di lui figlio Esculapio di cui restano importanti attestati archeologici e documentari), in varie fasi dell'evoluzione del cristianesimo, si dovette intervenire, dall'autorità episcopale, per dissuadere fedeli, in cui sopravvivevano, in sinergia e sincretismo cogli elementi base del Cristianesimo, radicate convinzioni idolatriche.
Naturalmente - pur non potendo ignorare questi presupposti cultuali e la storica, soprannaturale fobia per Demoni Incubi e Succubi (in qualche maniera, nell'età intermedia, fobia od ossessione esorcizzata dal Sonno profondo sotto forme di parossistico terrore e spesso posta alla radice probatoria -come Maleficio- di procedimenti per Stregheria) - la storia recente dell'IPNOSI si rifà alle osservazioni parascientifiche di Mesmer da cui poi derivarono distinte interpretazioni, sino alla storica dicotomia tardo ottocentesca tra il pensiero di Charcot (spiegazione neurofisiologica dell'ipnosi) e di Bernheim (interpretazione psicologica), dicotomia alla fine superata da FREUD che rivalutò l'impegno diretto del paziente messo in grado di raggiungere da solo le conoscenze liberatorie.
In termini estesi si può definire l'ipnosi alla stregua di uno stato psicofisico di destabilizzazione della coscienza che viene evocato dall'ipnotizzatore e che decorre durante il rapporto con lo stesso.
In base alla tecnica seguita dall'ipnotizzatore ed in relazione alla particolare condizione emotiva dell'ipnotizzato, il processo di ipnosi è in grado di svilupparsi secondo distinti livelli (dalla vigilanza al sonnambulismo) e quindi assumere caratteristiche anche molto diverse.
Sulla linea delle considerazioni terapeutiche che le si attribuiscono l'ipnosi ha la proprietà di agire per linea diretta sulla persona psicofisica profonda del paziente. Lo stato ipnotico si reputa oggi principalmente quale condizione prevalentemente dinamica e risulta distinto dal predominio di funzioni rappresentativo-emotive in luogo di quelle critico-intellettive e da fenomeni di ideoplastia (cioè di uno stato ipnotico passivo per cui il paziente od il soggetto su cui vien fatto un particolare esperimento ipnotico può ricevere idee e suggestioni dell'ipnotizzatore) e condizioni di relativa dissociazione psichica.
Queste, come detto, sono le osservazioni sulla moderna scienza a riguardo dell'ipnosi, ma si è anche fatto riferimento alla vicenda antichissima di questa "tecnica", in forma elementare utilizzata a livello di alcune antichissime religioni pagane: proprio la capacità di "suggestionare una persona particolarmente predisposta e di inculcarle delle idee contrarie alla sua indole" ha finito per costituire nel passato uno dei pilastri ideologici della Fascinazione, matrice elementare quanto temuta dell'ipnosi vera e propria.
La FASCINAZIONE che si riteneva poter avvenire non solo attraverso la SEDUZIONE DEGLI OCCHI ma pure col concorso di particolari bevande e pozioni o sostanze capaci di modificare la psicologia di un individuo piegandola alla volontà, generalmente malefica, dell'eventuale operatore: anche per questa ragione M. DELRIO potè definire la Fascinazione come un Maleficio d'asservimento, ritenendo che per mezzo di forze distinte, principalmente col potere magnetico degli occhi ma pure servendosi di formule magiche e/o filtri vari, Streghe, Maghi e Vampiri potessero impadronirsi delle coscienze altrui e quindi delle loro stesse anime, inducendone peraltro i corpi, in forma di sonnambulismo (e quindi tramite la riproposizione di condannate esperienze idolatriche e pagane), ad operare in modi contrastanti alla loro stessa consuetudine esistenziale.
Sulla sottilissima linea che per secoli separò la giustezza dell'empirismo da vaghe esternazioni parapsicologiche, FRANZ ANTON MESMER, medico e filosofo tedesco (Iznang, lago di Costanza, 1734-Meersburg 1815) laureatosi in filosofia e in medicina a Vienna con la tesi Dissertatio physicomedica de planetarum influxum (1776), provò dapprima quali effetti potesse avere sull'organismo l'applicazione del ferro calamitato [su un piano diverso di ricerche ma comunque parimenti legato al tema antichissimo (altresì legato al teorema alchemico della FONTE DELL'ETERNA GIOVINEZZA di RINGIOVANIMENTO - IMMORTALITA' E/O ETERNA GIOVINEZZA) si può mettere SERGE VORONOFF, scienziato che ebbe contatti non indifferenti col PONENTE LIGURE e con VENTIMIGLIA in particolare].


sabato 17 giugno 2017

I Carolingi

Louis-Félix Amiel, Pipino il Breve (1837) - Fonte: Wikipedia
Con l'avvento dei CAROLINGI, i territori che oggi costituiscono la Francia entrano a far parte di un organismo politico che si estendeva molto oltre quelli che oggi sono i confini naturali francesi. L'origine stessa della CASATA CAROLINGIA (i suoi possedimenti si trovavano nella regione mosellana) la portava a gravitare al di là dei confini del regno, verso l'attuale Germania. Fu infatti in questa direzione che sotto PIPINO IL BREVE e poi sotto CARLO MAGNO (768-814) si spinsero i Carolingi nelle loro guerre contro Sassoni, Baiuvari ed Avari. 

Nel contempo i rapporti con il Papato, sanzionati dall' incoronazione di Pipino e la figura di protettori della Chiesa che sempre più i re franchi venivano assumendo, condussero Pipino e Carlo ad intervenire più volte in Italia contro i Longobardi, sino a controllare quasi tutta la parte settentrionale e centrale della penisola. Da queste conquiste e dall'alleanza col Papato derivò quel mosaico politico che fu il SACRO ROMANO IMPERO.
 
CARLO MAGNO, incoronato imperatore a Roma nella notte di Natale dell'800, riunirà nella sua persona la dignità imperiale romana ed aggiungerà ad essa la sanzione sacra del Papato. Gli ideali di restaurazione imperiale e religiosa che si manifestarono nella creazione del SACRO ROMANO IMPERO ispirarono l'opera del successore di Carlo, LUDOVICO IL PIO, e dei suoi consiglieri, tra i quali figuravano i maggiori di quei sapienti cui spetta il merito della ripresa di studi classici nota come "Rinascenza carolingia". L'Impero non tardò tuttavia a rivelarsi una creazione artificiale e provvisoria; anzi al suo interno esso venivano affermandosi formazioni etniche e territoriali ben distinte e caratterizzate. 

Per quanto concerne la Francia si tende a rilevare l'importanza dei GIURAMENTI DI STRASBURGO come prima testimonianza dell'esistenza di una comunità etnica francese distinta da quella germanica. Il fatto che a Strasburgo LUDOVICO DI BAVIERA e CARLO DI AQUITANIA giurassero rispettivamente davanti alle loro truppe in lingua romanica ed in lingua germanica di non concludere una pace separata con il fratello LOTARIO (che di Ludovico il Pio era il primogenito), il quale pretendeva la totalità del potere, ha fatto arguire che nell'ambito dell'IMPERO CAROLINGIO i popoli abitanti la Francia fossero considerati come un complesso etnico distinto da quelli abitanti la Germania. Il trattato di Verdun (843), che pose fine alle contese fra gli eredi di Ludovico il Pio citati sopra, conferma questa postulazione.
A CARLO infatti vennero assegnati i territori dell'Aquitania, della Neustria e della Borgogna corrispondenti a gran parte della FRANCIA moderna.
A LUDOVICO invece toccarono i territori al di là del Reno corrispondenti alla futura GERMANIA.
LOTARIO, oltre il titolo imperiale, ottenne i territori fra il Reno e la Saone, che presero il nome di LOTARINGIA (donde il moderno toponimo di LORENA) e che costituiranno per secoli area contesa tra Francia e Germania.
 
Non si deve credere che alla data del trattato di Verdun la Francia e la Germania fossero delle individualità nazionali ben definite. Sta di fatto tuttavia che la partizione dell'843 si mantenne, sia pure con tante modificazioni, nel corso dei secoli e che d'ora in poi la storia di Francia e Germania procederà per cammini distinti.
I primi tempi del REGNO FRANCO, dopo il trattato di Verdun, non furono facili. CARLO IL CALVO (840-877) ed i suoi successori dovettero continuamente districarsi dalle difficoltà loro create dalla insubordinazione dell'aristocrazia feudale e dalla pressione di invasori esterni.
A meridione sulle coste di Linguadoca e Provenza dovettero affrontare le incursioni dei Saraceni e a nord quelle dei Normanni, che nell'IX secolo devastarono spesso le campagne francesi, assediando la stessa Parigi. Furono respinti dopo aspre lotte, ma riuscirono a stanziarsi stabilmente nella Francia nord-occidentale che da essi prese nome di NORMANDIA, dove istituirono un potente ducato venendo poi assimilati progressivamente alla popolazione indigena.
In questo caotico periodo della storia francese (tra fine del IX e conclusione del X secolo) solo CARLO IL CALVO diede prova di spiccate qualità. I suoi successori non riuscirono che per periodi limitati ad imporre la loro autorità sui vassalli ed ebbero regni brevi e contrastati. Si ripeteva quindi con gli ULTIMI CAROLINGI quel periodo di anarchia e di intrighi che aveva contraddistinto il tramonto dei Merovingi.
Dopo una serie di vicende dinastiche e guerresche la corona pervenne nel 987 ad UGO CAPETO, DUCA DI FRANCIA. Da lui avrebbe preso inizio una dinastia destinata a sostenere una vicenda basilare nella storia della Francia medievale.
Dal punto di vista interno il periodo carolingio fu contrassegnato da uno sviluppo delle tendenze destabilizzanti manifestatesi sotto i Merovingi. L'autorità del re sui suoi vassalli e sui suoi stessi funzionari era limitata. Questi ultimi anzi da servitori del sovrano tendevano a trasformarsi in suoi "fedeli", con un tipo di "fedeltà" che il sovrano doveva comprarsi a prezzo di gravosi "benefici" che ad assottigliarono le risorse di fisco e demanio. Vano fu il tentativo attuato sotto CARLO MARTELLO di compensare queste alienazioni con il sequestro dei beni della Chiesa.
La posizione particolare della CHIESA nel SACRO ROMANO IMPERO e la sua autorità spirituale e temporale non permisero che questo tentativo producesse frutti positivi.
La vita sociale ed economica risultava quindi ancora frantumata nelle villae, divise in una réserve coltivata direttamente dal proprietario con l'aiuto dei suoi servi o la collaborazione "fiscale" dei suoi "uomini" e nelle tenures che questi ultimi coltivavano in proprio pagando un canone (quasi sempre in natura) al proprietario. Tra gli "uomini" ed il signore si istituiva di conseguenza un rapporto contrattuale: gli uni assicuravano la loro prestazione lavorativa sulle terre della réserve mentre il Dominus si incaricava della loro protezione nei confronti di pericoli esterni. Tale tipo di rapporto consensuale si estese dal basso all'alto della scala sociale, sì che i1 proprietario minore finì per cercare la protezione del maggiore, divenendone vassallo, mentre questo per sua parte si raccomandava ad altri più potenti di lui, a un vescovo, a un conte. Al sommo di questa struttura piramidale di relazioni sociali e contrattuali stava quindi il re, considerato supremo souverain fieffé.
Questo nuovo tipo di gerarchia sociale, se ha le caratteristiche di impersonalità e di universalità dello Stato romano, presenta tuttavia in lenta germinazione alcuni aspetti essenziali degli Stati moderni: soprattutto, i principi di contrattualità e consensualità, nelle relazioni tra inferiore e superiore, stavano infatti generalizzandosi ed evolvendosi verso quello della rappresentanza. 




sabato 10 giugno 2017

Serenissima Repubblica di Genova

Genova - Palazzo Ducale
Nel 1536 Carlo V concedeva a Genova un amplissimo privilegio, che equiparava il Doge nel grado e nelle insegne a tutti i duchi d'Italia e del Romano Impero.
In conseguenza, la Signoria stabiliva, il 27 dicembre 1538, che il berretto del Doge venisse ornato di cerchio d'oro, e che questo e la spada non mancassero nelle cerimonie ufficiali.
Come le insegne del potere, così anche i titoli, il cerimoniale e il punto d'onore assumevano una funzione sostanziale come elemento di valutazione per gli individui e per gli Stati, perché ogni deroga poteva significare proposito di recare offesa o di dimostrare minore considerazione; perciò premessa di ogni azione diplomatica era di ottenere tutti i titoli e i segni di rispetto che si ritenevano dovuti all'ambasciatore e allo Stato rappresentato.
Nel 1580 l'ambasciatore Giorgio Doria aveva ottenuto dall'Imperatore, Rodolfo II, (e nella richiesta era il riconoscimento del principio medievale che poneva nell'Impero la suprema fonte del diritto) la concessione del titolo di Serenissimo per il Doge, per il Senato e per tutta la Repubblica; e nel 1587 fu confermato, contro il parere di Gian Andrea Doria, che fosse attribuito al Doge (era allora Ambrogio Negrone) e ai Supremi Collegi il titolo già assunto da altri capi di Stato, ma con l'aggiunta che a questi non fosse dato se essi non lo attribuivano al Doge e alla Repubblica.
Gli ambasciatori ebbero allora l'ordine di essere inflessibili nel pretendere l'uso di quella denominazione.
Fiere le opposizioni, specialmente del Duca di Savoia, che alla fine fu costretto ad arrendersi: su ben altro terreno doveva portarsi tra non molto il conflitto.
Anche più ostinato il Duca di Toscana.
Interminabili vertenze in materia anche con l'Impero, che negava la reciprocità soltanto per mercanteggiarla con compensi in denaro, e con la Spagna per caparbia ostentazione di superiorità.
Anche se per consuetudine si parla spessosolo di Dominio per Genova ed erroneamente si pensi da molti, anche e colpevolmente da eruditi ed intellettuali, che l'appellativo di Serenissima Repubblica sia stato vanto esclusivo della nemica storica di Genova cioè Venezia, le cose non stanno in questi termini: una vasta cartografia è peraltro a disposizione su questo sito per studiare la SERENISSIMA REPUBBLICA DI GENOVA.
Così per quanto La Serenissima per antonomasia e per abitudine culturale sia stato appellativo di Venezia ed a Genova parimenti per antonomasia ed abitudine culturale sia stato conferito anche più spesso l'appellativo di Superba e/o Dominante a tutti gli effetti giurisdizionali e polici, pariteticamente è corretto parlare di una Serenissima Repubblica di Genova.

da Cultura-Barocca 

venerdì 2 giugno 2017

Il II Concilio di Nicea

Moneta di Costantino V e di suo padre Leone III - Fonte: Wikipedia
Il VII CONCILIO ECUMENICO (II CONCILIO DI NICEA) si tenne dal 28 settembre al 23 ottobre 787 avendo quale tema di base la legittimità del culto delle immagini.
La lunga lotta contro le immagini, manifestatasi nel 726 ed esplosa nel 730, dilaniava l'impero bizantino.
Il partito degli ICONOCLASTI, appoggiato dagli imperatori Leone III (711 - 741) e Costantino V (741-775), era riuscito momentaneamente a trionfare.
Solo i MONACI non si erano piegati, e per questo motivo erano caduti sotto i provvedimenti di Costantino V.
Il favore popolare si era progressivamente volto verso i MONACI ICONOFILI, autoproclamatisi la coscienza della Chiesa di fronte al letargo dell'episcopato.
Le ragioni teologiche si fondevano con scelte sociali, e si trasformavano in orientamenti di politica ecclesiastica.
La Chiesa di Roma e l'Occidente erano contrari all'iconoclasmo ma Costantino V aveva reso possibile un grosso successo del partito iconoclasta quando nel 754 aveva convocato a Iereia in un palazzo imperiale sulla sponda asiatica di Costantinopoli un concilio di 338 vescovi bizantini, autoproclamatosi ecumenico, che aveva condannato il culto delle immagini.
L'assenza dei patriarchi orientali ed il contrario orientamento della Sede romana annullavano tale pretesa qualsiasi decisione presa sul piano della Chiesa universale.
Però nel vasto contesto dell'IMPERO ORIENTALE l'iconoclastia, sino a quel momento sorretta dai soli editti imperiali, poteva ora sentarsi quale dogma della Chiesa e del patriarcato di Costantinopoli.
Allorché, dopo il 780, l'imperatrice Irene volle restaurare il culto delle immagini, accanto alle scelte di ordine politico, fu obbligata ad affrontare lo pseudo concilio ecumenico del 754.
Irene pensò quindi alla possibilità di convocare un concilio ecumenico in grado di abbattere legalmente i contenuti della riunione di Iereia.
Per questo fu indirizzata la scelta del nuovo patriarca di Costantinopoli verso la figura di Tarasio, un laico, abile funzionario imperiale.
Costui, elevato all'episcopato, sarà il prudente orchestratore del concilio.
Irene e Tarasio ebbero per ciò il consenso di papa Adriano, che ratificò la proposta bizantina di un concilio ecumenico sul culto delle immagini, a condizione che venisse riconosciuto il diritto primaziale petrino della chiesa di Roma di confermare o meno le deliberazioni conciliari.
I patriarchi orientali, dal canto loro, diedero il proprio assenso alla celebrazione del concilio.
I lavori iniziarono a Costantinopoli nella chiesa dei SS. Apostoli (agosto 787).
Una parte delle guardia imperiale, ispirata da ufficiali iconoclasti, fece però irruzione in chiesa disperdendo i vescovi.
Irene riuscì a far reprimere la rivolta ma decise di trasferire il concilio in una sede più sicura e optando scelse NICEA anche per il ricordo e il prestigio legato alla sede per NICEA celebre sede del primo concilio ecumenico.
La presidenza legale fu nelle mani dei rappresentanti papali ma in effetti venne esercitata dal patriarca Tarasio.

Vi presero parte all'inizio 238 vescovi che divennero 335 alla conclusione del Concilio.

Le deliberazioni vennero lette alla presenza dell'imperatrice e di suo figlio il 23 ottobre.
Esse constano di ventidue canoni disciplinari e di una definizione di fede: il Verbo di Dio si è fatto uomo, e pertanto può essere rappresentato, così pure i Santi. Le immagini non possono essere oggetto di adorazione (latreìa) in se stesse, poiché essa é dovuta solo a Dio, ma di devota venerazione (timetiché proskunesis).
La venerazione risulta quindi giustificata per l'intima correlazione tra l'immagine eil prototipo (vale a dire la persona o il mistero rappresentato nell'immagine).


sabato 27 maggio 2017

"Le Imagini de gli dei de li antichi "

Illustration from Le imagini de i dei de gli antichi nelle qvali si contengono gl’idoli, riti, ceremonie, & altre cose appartenenti alla religione de gli antichi, 1571, by Vincenzo Cartari (Houghton Library)
Le scarse notizie sulla vita di Vincenzo Cartari (Reggio Emilia 1531- dopo il 1571), noto esclusivamente per la sua opera più famosa, "Le Imagini de gli dei de li antichi ", sono raccolte da Seznec e Palma, a cui si aggiungono i pochi accenni biografici contenuti nelle dedicatorie apposte alle sue opere. Nella prefazione alla traduzione dei "Fasti "di Ovidio (Modena 1551), Cartari ricorda che il legame della sua famiglia agli Estensi risale ai tempi di Ercole I e a Luigi d'Este è dedicata la prima edizione delle "Immagini" del 1556. A Ferrara risiedette dunque stabilmente almeno fino al 1561 quando Bartolomeo Ricci da Lugo si congratula con l'umanista per essere entrato nella corte di Ippolito d'Este. Con il cardinale si recherà di li a poco in Francia (1561-1563), nel corso di una missione per conto di Paolo IV . Nel 1571 dovette recarsi a Venezia «per arricchire e abbellire» il suo testo di nuove immagini (prefazione all'edizione di Venezia del 1571) e qui entrò nella cerchia di Anton Francesco Doni e della sua fantomatica Accademia dei Pellegrini , secondo quanto afferma lo stesso Doni nella "Libraria" (Venezia 1557: 103). "Le Immagini degli Dei" restano l'opera principale del Cartari, il cui successo è attestato dalle ben quindici traduzioni che si succedettero dal 1556 al 1615, accanto ad esse, vanno ricordate, I "Fasti di Ovidio tradotti dalla lingua volgare" (Venezia 1551, F. Marcolini), "Il Flavio, intorno ai Fasti volgari" (Venezia 1555, G.Scotto) e il "Compendio dell'historia di monsignor Paolo Giovio di Como fatto per M.Vincenzo Cartari "(Venezia 1562, Giolito de'Ferrari).

L'opera di Cartari deve la sua notorietà soprattutto al carattere manualistico dato dall'autore alla sua trattazione mitografica; le fonti usate spaziano da Filostrato, Pausania , Omero , Virgilio , Ovidio, Catullo , Plinio, fino ad Apuleio e Macrobio , ma a ben vedere molti di questi autori non sono citati in modo diretto bensì attraverso il tramite di più noti umanisti della generazione precedente, i quali avevano studiato e composto le loro opere ai tempi assai più felici di Giulio II e Leone X : Celio Calcagnini , Pietro Appiano, Alessandro degli Alessandri, Pierio Valeriano , ma soprattutto Lilio Gregorio Giraldi a cui deriva la maggior parte del materiale, tanto che già Lessing considerava le Immagini come una sorta di edizione tascabile del Giraldi. Rispetto alle fonti Cartari si pone come traduttore e soprattutto sistematore di un materiale vastissimo, frutto dell'erudizione umanistica passata, con il proposito di «giovare non poco alli dipintori e agli scultori, dando loro argomento di mille belle inventioni da poter adornare le loro statue e le dipinte tavole» (Prefazione di F. Marcolini all'edizione di Venezia 1556). La seconda edizione, del 1571, risulta accresciuta e soprattutto arricchita di tavole incise da Bolognino Zaltieri, ma sorprende constatare come l'illustratore che pure doveva conoscere Pirro Ligorio e dunque l'ambiente di antiquari attivi a Roma presso gli estensi, non si sia dato la pena di controllare le fonti iconografiche classiche preferendo ricostruire le descrizioni del testo alla lettera o attingere agli stessi repertori usati dall'autore: le "Inscriptiones sacrosanctae vetustatis" di Appiano, gli Emblemata di Alciati, gli "Hieroglyphica" di Pierio Valeriano, la "Theologia Mythologica" di Georg Pictor e i compendi di medaglie di Agustin, Sebastiano Erizzo e Guillame Du Choul.
Ne risultarono immagini composite, prive di coerenza formale, a volte mostruose e inquietanti, e i cui effetti negativi sulla pittura della seconda metà del XVI secolo risultano evidenti soprattutto in artisti minori che non seppero reinterpretarle. Grazie anche ai consigli di teorici e trattatisti quali Armenini e Lomazzo che nel manuale videro la possibilità di dare una regola alla trasmissione e recezione delle iconografie pagane, l'influenza delle prime due edizioni fu comunque immediata e assai vasta: in area fiorentina le "Immagini" ricompaiono ad esempio nel programma di Vincenzo Borghini per l'apparato del 1565 in occasione del matrimonio di Francesco de' Medici e Giovanna d'Austria, nei disegni di Bernardo Buontalenti per il "Primo intermezzo" del 1589 (Firenze, Uffizi, Gabinetto dei Disegni e Stampe, nn. 26666-2945 e Biblioteca Nazionale) nella bronzinesca "Allegoria della Felicità" degli Uffizi.

In ambiente veneto ritroviamo gli dei di Cartari negli affreschi del Veronese per la Sala del Consiglio dei Dieci in Palazzo Ducale e per la Villa Barbaro Maser ed in quelli di Tintoretto per la Sala dell'Arcicollegio di Palazzo Ducale; in ambito romano sono ben noti gli esempi di Caprarola , con gli affreschi di Taddeo Zuccari per la Sala dell'Aurora e di Federico Zuccari per quella dell'Ermathena, nonché di Jacopo Zucchi a palazzo Rucellai . Infine a Bologna il testo venne usato da Bartolomeo Cesi per una decorazione in Palazzo Magnani ("Arpocrate e Angerona" e "Eros e Anteros") e da Annibale Carracci (in collaborazione con Innocenzo Tacconi) per alcuni particolari della Galleria Farnese e per i camerini del cardinal Farnese nei dipinti raffiguranti la "Notte" e l'"Aurora", oggi a Chantilly, Musée Condé. 

Nel 1615 vede la luce una nuova edizione delle "Immagini", corredata di nuove illustrazioni, prefazione e apparato scientifico, ad opera dell'erudito antiquario Lorenzo Pignoria (Padova 1571, poi 1631) che prese l'occasione per inserire una nutrita serie di oggetti antichi: statue, statuette, monete, cammei, oggetti esotici, tratti dalla sua collezione e da quelle che aveva potuto osservare tra Padova, Roma e la Francia, ove risiedeva l'amico Peiresc. Al testo di Cartari l'erudito padovano aggiunse due sezioni, una dedicata al nuovo materiale antico, ed una alle immagini degli Dei indiani, trasformando così il manuale divulgativo in una sorta di strumento di ricerca ad uso degli studiosi dell'antico e contemporaneamente di promozione delle collezioni private dei suoi amici. La storia di questa edizione, documentata da scambi di lettere e disegni che vedono coinvolti Girolamo Aleandro, Peiresc, Paolo Gualdo, Pinelli e Welser, diventa così lo specchio di un mondo culturale nuovo che fa dello scambio epistolare e, soprattutto, della circolazione di immagini, uno strumento di indagine conoscitiva, tentando di aprire spiragli in quel sistema codificato di fonti e figure prestabilite che era stata la prerogativa del successo di Cartari. 

Questa operazione in un certo senso fallì, in quanto la diffusione del testo corretto da Pignoria fu incomparabilmente minore rispetto a quella ottenuta dall'edizione del 1571 e lo spazio lasciato vuoto fu invaso da un nuovo manuale che costituiva l'antitesi di quello del padovano: l' "Iconologia " (Roma 1593). Nel corso del XVII secolo, malgrado la concorrenza del Ripa, le Immagini di Cartari continuarono ad esercitare una certa influenza, anche se meno eclatante, ricomparendo ad esempio in Rubens (Borea e Orizia dell'Accademia di Vienna e gli Orrori della guerra di Firenze, Pitti) il quale prese spunti dall'edizione del 1615, pur unendola ad altre fonti quali Natale Conti; Poussin le tenne presenti per i suoi Baccanali Richelieu e persino Ribera nel Sileno ebbro eseguito per Gaspar Roomer e oggi a Napoli, Capodimonte, ripropose la rara iconografia di Pan con la conchiglia e la tartaruga quale è descritta e illustrata unicamente nel testo di Cartari.

 

domenica 21 maggio 2017

Il Visconte che portò in Francia la Venere di Milo

Nel Volume III delle sue "Rimembranze" il Visconte di Francia Plenipotenziario di Marcellus (vedine qui l'avventurosa vita) redasse una fascinosa relazione che si legge a pagina 158 di questo stesso volume in merito alla sua scoperta della pianura ove sorse Troia ("Eccomi a Troia! doveva compiersi dunque questo sogno della mia giovinezza. Doveva dunque contemplar le ruine d'Ilio!..."), argomento corredato di testo e cartografia e di cui nei volumi editi compare una stampa della piana di Troia).
Era questa un'epoca di grandi esplorazioni e grandi scoperte di cui son rimaste straordinarie relazioni di tanti autori, qui digitalizzate e consultabili ed il "Visconte di Marcellus", sulla scia di questa grande tradizione per i viaggi nell'esotico aveva senza dubbio primeggiato ottenendo molti altri risultati prestigiosi esplorando archeologicamente le isole dell'Egeo.
Nelle sue avventurose peregrinazioni fu in particolare conquistato da Rodi la bella isola greca delle rose e dei canti d'amore. Il Marcellus trascrisse canzoni di Cristopulo, l'Anacreonte della Grecia Moderna e alcune inedite opere definite travondiesi, particolari, struggenti e spesso estemporanei canti d'amore sconosciuti in Europa e perlopiù cantati dalle donne, tra cui la composizione intitolata "Di lagrime mi pasco e soffro e gemo". Della splendida isola lo affascinavano tra l'altro sia il ricordo della storia antica (in qualche modo simboleggiata da Apollo e dall'effige della Rosa) quanto delle tragiche vicende moderne caratterizzate anche dalle gesta dei cavalieri che ne presero il nome e la difesero contro l'espansionismo turco e sul cui destino egli stesso raccolse e trascrisse notizie altrimenti destinate all'oblio.
Ma il successo più eclatante del Visconte di Marcellus, che lo rese celeberrimo meritandogli l'appellativo di Winckelmann francese, fu nell'isola isola di Milo dove - grazie ai suoi rapporti con la Sublime Porta di Costantinopoli capitale dell'Impero Turco - ebbe la sorte di acquistare per il Museo del Louvre (1820) uno dei miti dell'umanità, la Venere di Milo, archetipo sovrumano della già leggendaria bellezza delle fanciulle di Milo. Il pensiero che egli scrisse, definendolo come il primo che formulò alla visione della statua, fu "....Io non sapeva saziarmi di contemplare quella bellezza sovrumana...." .
Pare superfluo dire che questi (ed altri successi) che andavano coronando le gesta degli esploratori francesi urtava il mondo accademico britannico (in forza di una competitività culturale che era anche riflesso di recenti eventi politici, diplomatici e guerreschi) sì che l'impresa in Asia di A. Burnes, che scoprì le tracce dell'Impresa di Alessandro Magno, passò per Samarcanda, perlustrò l'Indo e scoprì le tracce di antiche relazioni tra occidente ed orienteassunse (peraltro giustamente) i toni di una altrettanto straordinaria vicenda ai limiti dell'impossibile.

Cultura-Barocca


venerdì 19 maggio 2017

Apostolato degli antichi ordini religiosi

Apricale (IM): all'antico culto delle acque venne sovrapposta la Chiesa di Santa Maria degli Angeli
  Nel Ponente ligure questo grande Pontefice si valse in particolare dell'OPERA DEI BENEDETTINI sia per SCONSACRARE siti di spiritualità pagana, sia per ASSIMILARE PER VIA DI SOVRAPPOSIZIONE CULTUALE CULTI RESISTENTI E MOLTO RADICATI DELLA TRADIZIONE PAGANA nella ciclicità cultuale cristiano cattolica (ASSIMILAZIONE - RICONSACRAZIONE), sia per favorire la rinascita dell' agricoltura in terre disastrate da tante guerre, sia per svolgere una capillare opera di apostolato tra genti ancora sconvolte da guerre e invasioni.
 
E' altresì vero che - contro le direttive di Gregorio Magno - il processo di SCONSACRAZIONE/RICONSACRAZIONE non restò esente da danneggiamenti del patrimonio della classicità ben più gravi di quanto progettato e necessario, anche per la scarsa competenza dei reperti in cui ci si imbatteva.

Ed altresì ricoprire quelle immagini che magari effigiavano discinta la bellezza muliebre come in questo caso fortuitamente sopravvissuto effigiante ballerine od atlete a seconda delle interpretazioni impegnate un una festa pagana od in qualche manifestazione ginnica cosa non esclusa alle donne (alla condanna di ballerine e ginnaste e contestualmente attrici, mime, cantanti, musiciste ritenute seduttrici per l'esibizione di sé e del proprio corpo concorse la propaganda antislamica attesa l'esistenza di ballerine e danzatrici nell'Islam descritte molto dopo dal Chesney nel suo "Viaggio in Mesopotamia, Caldea e Assiria").

Per poi giungere, nei momenti di massima severità e di estremo antifemminismo connesso alla polemica coi Riformati accusati di immoralità che avrebbero accolto nel loro contesto accettandone la lascivia pur di affermarsi le meretrici fattesi quindi eretiche e poi spesso streghe eretiche, alla persecuzione e alla distruzione, da parte dell'ecumene del Cattolicesimo, di quell'oggettistica studiata comunque e magari furtivamente da molti nel '600 tra cui Fortunio Liceti
RAPPRESENTANTE RICHIAMI INDISCUTIBILI ALLA SESSUALITA' APERTAMENTE ESIBITA.  

Entro questa "tecnica apostolica" di ROVESCIAMENTO CULTUALE di una tradizione spirituale PAGANO/IDOLATRICA entro i termini del BENE CATTOLICO-CRISTIANO (per via di sconsacrazione, di riconsacrazione o di demonizzazione) poco noto ma importante risulta il caso di MITRA (da DIVINITA' PAGANA BUONA fatto evolvere in DEMONE della spiritualità cristiana) che si individua in modo esemplificativo per tutto il percorso della DIRAMAZIONE OCCIDENTALE DELLA VIA FRANCIGENA "OSPEDALE DEL CENISIO - NOVALESA - VENTIMIGLIA - MARE LIGURE.