martedì 20 febbraio 2018

Viaggi al Regno di Quito di Giovanni di Velasco

Juan de Velasco (Riobamba, 27 gennaio 1727 - Faenza, 29 giugno 1792) è stato un religioso e storico ecuadoriano. Era un padre gesuita e fu professore di filosofia e teologia alla Real Audiencia di Quito e all'università di San Marcos di Lima, nel Vicereame del Perù. È noto soprattutto per la sua opera Historia del Reino de Quito, pur avendo scritto altre opere non storiche, tra cui testi di fisica e antologie poetiche. La Historia del Reino de Quito è importante nella storia dell'Ecuador, perché
ipotizza l'esistenza di un regno pre-incaico nella regione dell'attuale Ecuador,
cui diede il nome di Reino de Quito (Regno di Quito).
Il libro è menzionato e discusso da molti storici, tra cui Marcos Jiménez de la Espada e Federico González Suárez. Una rara immagine del Velasco è effigiata in un francobollo emesso nel 1947 delle poste ecuadoriane.


INTRODUZIONE
I. FONDAZIONE DEL REAME DI QUITO
II. IL REAME DI QUITO CONQUISTATO DA CARAN-SCYRI
III. RIUNIONE DELLA PROVINCIA DI PURUHA AL REAME DI QUITO
IV. CONQUISTA DEL REGNO DI QUITO FATTA DALL'INCA HUAYNA-CAPAC
V. REGNO DELL'INCA HUAYNA-CAPAC
VI. TAVOLA CRONOLOGICA DEI RE DI QUITO
VII. [ERRONEAMENTE VI NEL TESTO] IDEE RELIGIOSE DEI PERUVIANI E DEI QUITOS PRIMA E DURANTE IL DOMINIO INCA
VIII. TEMPLI, IDOLI E SACRIFICI PRIMA E DOPO LA CONQUISTA DI HUAYNA-CAPAC
IX. DIVISIONE DELL'ANNO PERUVIANO E SUE FESTE DIVERSE
X. FORMA DI REGGIMENTO
XI. SISTEMA MILITARE
XII. DIVERSI STABILIMENTI DI HUAYNA-CAPAC - SPARTIMENTO DELLE TERRE
XIII. EDIFIZI PUBBLICI DI HUAYNA-CAPAC
XIV. DE' FIGLI DI HUAYNA-CAPAC - ULTIMI FATTI DEL SUO REGNO - SUA MORTE
XV. PRINCIPIO DEL REGNO DI ATAHUALPA - VERA CAUSA DELLE SUE GUERRE CONTRO IL FRATELLO
XVI. GUERRA CIVILE FRA I DUE FRATELLI INCA ATAHUALPA E HUASCAR
XVII. HUASCAR INCA FATTO PRIGIONIERO. - ATAHUALPA PROCLAMATO IMPERATORE DEL PERU'
XVIII. GLI SPAGNUOLI ENTRANO NEL PERU'. - OFFRONO AD ATAHUALPA DI AIUTARLO A COMBATTERE IL FRATELLA HUASCAR
XIX. PIZARRO SI VOLGE A CAXAMARCA CON PROPOSITO D'IMPADRONIRSI DELL'INCA ATAHUALPA
XX. ATAHUALPA FATTO PRIGIONIERO. RISCATTO CHE PROMETTE A PIZARRO PER RICUPERAR LA LIBERTA'
XXI. L'INCA PAGA IL RISCATTO. MORTE DI HUASCAR-INCA. - IL GENERAL CALICUCHIMA E' BRUCIATO VIVO. - ATAHUALPA E' CONDANNATO A MORTE
XXII. PIZARRO FA INCORONARE DUE INCA. - PRENDE POSSESSO DI CUZCO. - IL GENERAL PERUVIANO QUIZQUIZ TENTA DIFENDER L'IMPERO
XXIII. GLI SPAGNUOLI INCOMINCIANO LA CONQUISTA DEL REAME DI QUITO. - STATO MISERABILE DI QUEL REGNO SOTTO LA TIRANNIDE DI RUMINAHUI
XXIV. IL CAPITANO SEBASTIANO DI BELALCAZAR SPEDITO ALLA CONQUISTA DEL REAME DI QUITO
XXV. BELALCAZAR S'IMPADRONISCE DELLA PROVINCIA DI PURUHA E FA LA SUA PRIMA ENTRATA IN QUITO. DISTRUTTA DI RUMINAHUI
XXVI.RIUNIONE A RIO-BAMBA DEI TRE CAPITANI SEBASTIANO DI BELALCAZAR, DIEGO DI ALMAGRO E PEDRO DI ALVARADO
XXVII. RITORNO D' ALMAGRO E D' ALVARADO. ULTIMI FATTI DEL GENERAL QUIZQUIZ E SUA SCIAGURATA MORTE
XXVIII. INGRESSO SOLENNE DEL CAPITANO SEBASTIANO DI BELALCAZAR NELLA CITTA' DI QUITO. PROGETTA NUOVE IMPRESE
XXIX. CONQUISTA DELLA PROVINCIA DI POPAYAN
XXX. RIVOLTA DI MANCO-CAPAC. - PRINCIPIO DELLE GUERRE CIVILI DEGLI SPAGNUOLI E LORO CONSEGUENZE PEL REAME DI QUITO
XXXI. VACA DI CASTRO E' MANDATO AL PERU' DALLA CORTE DI SPAGNA. - NUOVE CONQUISTE E FONDAZIONI DI BELACAZAR
XXXII. GONZALO PIZARRO GOVERNATORE DI QUITO, INTRAPRENDE UNA DISGRAZIATA INTRAPRESA
XXXIII. ARRIVO DI VACA DI CASTRO A POPAYAN. - MORTE DEL GOVERNATORE FRANCESCO PIZARRO. - PARTENZA DEL GONZALO PIZARRO PER QUITO
XXXIV. APPARECCHI DI GUERRA E RISULTATI DELLA BATTAGLIA DI CHAPAS TRA VACA DI CASTRO E DIEGO DI ALMAGRO
XXXV. NUOVE CONQUISTE E FONDAZIONI DI CITTA' NEI DUE GOVERNI DEL REAME DI QUITO
XXXVI. RIVOLTA GENERALE DI TUTTE LE PROVINCE PER VIA DEI NUOVI DECRETI REALI PROMULGATI DA BLASCO NUNEZ VELA PRIMO VICERE DEL PERU'
XXXVII. IL VICERE BLASCO NUNEZ RICUPERA LA LIBERTA'. - SI RECA A QUITO E POPAYAN. - SUA MORTE ALLA BATTAGLIA DI INA-QUITO
XXXVIII. MISSIONE DEL PRESIDENTE LA GASCA. - SUA CONDOTTA E SUOI APPARECCHI GUERRESCHI CONTRO GONZALO PIZARRO
XXXVIII. MISSIONE DEL PRESIDENTE LA GASCA. - SUA CONDOTTA E SUOI APPARECCHI GUERRESCHI CONTRO GONZALO PIZARRO
XXXIX. BATTAGLIA DI XAQUIXAHUENA E MORTE DI GONZALO PIZARRO. - PROVVEDIMENTI PRESI DAL LA GASCA
XXXIX. ALTRE DISPOSIZIONI DEL GOVERNO

 
Dalla "Raccolta di Viaggi dalla Scoperta del Nuovo Continente Fino A' Dì Nostri" (1840-1844), 15 volumi in 8vo a formare un’opera in 18 tomi, compilata da Francesco Costantino Marmocchi per la casa editrice Fratelli Giachetti di Prato -

da Cultura-Barocca

martedì 13 febbraio 2018

Un medico innovatore alla svolta del XIX secolo

Michele Francesco Buniva nacque a Pinerolo, il 15 maggio 1761, dall'architetto Giuseppe Gerolamo e da Felicita Testa.
Il B. si laureò in medicina a Torino il 7 marzo 1781 e attese quindi alla carriera universitaria sotto la guida di valenti maestri: dall'Anforni al P. Adami, al Penchienati, al Ranzone. La capitale subalpina stava assistendo a un vivace risveglio degli studi comparati di anatomia, di fisiologia e di patologia, ma anche alla diffusione (auspice il Brugnone) dei precetti della prima scuola veterinaria sorta in Europa, a Lione nel 1761. E appunto in questa direzione si volse la preparazione specialistica del B. con alcune ricerche sui "fenomeni vitali" degli animali domestici, soprattutto nello stato patologico, abbinata peraltro ad approfonditi studi di botanica. Una dissertazione De generatione hominum,verminum et plantarum (Torino 1788) gli valse, il 7 maggio 1788, l'aggregazione al Collegio della facoltà di medicina di Torino. A quel tempo il B., che aveva cominciato a lavorare come medico collegiato e a svolgere attività scientifica in collaborazione con il Brugnone per indagini particolari sul sangue degli animali infetti, sulla fisiologia e patologia dei pesci, nonché sull'individuazione di alcuni insetti nocivi al bestiame bovino, era già noto in Piemonte per aver importato dall'Inghilterra una "macchinetta inserviente alla filatura della seta" e per il vivo interesse con cui dal 1783 (da quando era stato nominato membro della Società agraria di Torino) seguiva l'andamento delle principali innovazioni nel campo della pratica agronomica.
Il 15 luglio 1789 egli veniva chiamato alla cattedra di mdicina e, l'anno dopo, anche a quella di chimica presso l'ospedale San Giovanni di Torino. Si era voluto così riconoscere i meriti dei suoi primi studi a larga base sperimentale, compiuti soprattutto in Francia, i suoi tentativi di immettere "un po' d'aria fresca" nei campi dell'arte medica e della chirurgia. A sua volta il sovrano, nel dare il consenso al passaggio del B. alla cattedra di medicina pratica, gli accordava, il 15 ag. 1791, una pensione annua di 150 lire. Del resto, il nome del B. era già largamente accreditato fuori degli Stati sabaudi: membro dal 1790 della Société Royale de Medicine di Parigi, dell'Accademia dei Georgofili e della Società agraria di Milano, annoverava al suo attivo parecchie ricerche di medicina veterinaria, di meccanica e di agronomia ma, soprattutto, un lavoro fondamentale, il Nomenclator linneanus Florae Pedemontanae , edito a Torino nel 1790.
Elaborato sulla scorta degli insegnamenti dell'illustre fisico e naturalista C. Allioni, di cui il B. era stato l'allievo prediletto, il Nomenclator si offrì anche come utile chiave per concordare la nomenclatura e la posizione sistematica delle specie indicate da Linneo con quelle indicate dall'Allioni: opera che si rendeva necessaria, oltreché per il numero nuovo di specie trovate dallo scienziato piemontese, anche per l'uso che questi fece di un sistema assai più semplificato rispetto a quello lineano, divenuto a sua volta "notissimo".
Altrettanto interessanti i suoi studi in quel periodo nel campo dell'ingegneria e dell'agronomia: a cominciare da L'arte di fare il verderame, ossia istruzione pratica intorno la fabbricazione di questo colore ad uso degli agricoltori piemontesi (Torino 1788), in cui egli rilevava l'utilità di produrre l'acetato rameico in Piemonte, sia per la presenza della materia prima in "abbondanti miniere d'ottimo rame", sia per la vasta possibilità d'impiego del prodotto in considerazione della larga diffusione della coltivazione della vite, rimasta in Piemonte la più legata alle vecchie pratiche contadine. L'interesse del B. per la diffusione delle tecniche più progredite nel campo della produzione si rispecchia anche in relazioni molto specialistiche, ricche di dati e di osservazioni di prima mano, intese a promuovere opere di bonifica e di trasformazione fondiaria, o ancora di valorizzazione della potenzialità di corsi d'acqua e di impianti di energia motrice, come nel Discorso sopra i mezzi co' quali i Francesi hanno cercato di diminuire i danni prodotti dall'inazione de' mulini ad acqua nel rigore dell'inverno del MDCCLXXXVIII-LXXXIX, scritto nell'ottobre 1789 e dedicato al conte Prospero Balbo, allora sindaco di Torino. Michele Francesco Buniva vi sosteneva, a conclusione di un esame minuto dei vari tipi di mulini operanti in Europa, la necessità di procedere allo scavo di altre rogge nelle campagne, per aumentare il numero dei mulini ad acqua al posto di quelli a vento, ormai cadenti e non bastevoli al bisogno. Ma tutta la relazione si raccomanda anche per la vivace descrizione delle disastrose conseguenze economiche nelle campagne europee del terribile inverno del 1788-89 con il loro seguito di pestilenze, di carestie e di tensioni sociali.
Dal 1792, quando si riversarono sull'agricoltura piemontese gli effetti rovinosi della guerra contro la Francia, il B. diede mostra di un'instancabile attività e di un impegno solerte e fecondo. In un periodo in cui la penuria di generi alimentari e le esigenze dell'esercito non tardarono a far salire la domanda di grano e di altre derrate a prezzi esorbitanti, con relativa speculazione di fornitori e di proprietari agricoli poco scrupolosi, si oppose energicamente all'abbattimento indiscriminato delle selve e a ogni falsificazione delle farine e dei commestibili, sollecitando piuttosto il prosciugamento di alcune regioni paludose del Piemonte e l'adozione di misure appropriate contro le malattie del bestiame e il diffondersi del contagio. Il conflitto con la Francia conclusosi nel maggio 1796 lasciava dietro di sé - osservava il B. in un opuscolo del 1797, Istruzioni riguardanti la morva, ossia il ciamorro,e l'idrofobia -, complice il passaggio dell'esercito austriaco, uno strascico di infezioni e di morbi epizootici quali il Piemonte non conosceva più da mezzo secolo. Estremamente gravi si presentavano, in particolare, i vuoti aperti dalla epizoozia bosungarica nel patrimonio bovino, per il cui risanamento egli dettava in quello stesso anno una Memoria intorno alle provvidenze contro la corrente epizoozia nelle bovine con l'aggiunta delle memorie del grande Albert Haller sul contagio del bestiame, destinata ai "parroci, agli agronomi e ai medici" perché la diffondessero fra i contadini "a guisa d'istruzione a vantaggio dello Stato".
Come appare anche da questa dedica, che risente delle aspirazioni democratiche di istruzione pubblica, il Buniva nel frattempo si era accostato ai gruppi giacobini piemontesi. Di fatto, dopo la rinuncia al trono di Carlo Emanuele IV e l'insediamento nel dicembre 1798 di un governo provvisorio repubblicano, egli, iscritto alla loggia massonica pinerolese, diveniva uno degli esponenti politici più in vista del nuovo regime politico. Chiamato il 18 gennaio 1799 alla cattedra di patologia e anche all'incarico di igiene e medicina legale, istituito per la prima volta in Piemonte, veniva nominato in quella stessa circostanza presidente del giurì di medicina e membro del consiglio dell'Accademia universitaria di Torino. Due mesi dopo, in seguito alla vittoriosa offensiva delle truppe austro-russe del Suvarov, doveva tuttavia riparare in Francia, per sfuggire alle rappresaglie del restaurato governo sabaudo. Stabilitosi a Lione, lavorò a quella scuola veterinaria e all'Hôtel-Dieu con il naturalista Gilbert e altri scienziati francesi, dal Vauquelin al Bredin, prima di passare all'istituto di medicina veterinaria di Alfort e quindi a Parigi, donde nei primi mesi del 1800, munito delle credenziali del più famoso veterinario d'Europa, l'Huzard, raggiunse Londra per assistere alle prime esperienze di inoculazione del vaccino scoperto da Jenner contro il vaiolo. Ritornato in Piemonte dopo Marengo, il B. s'impegnò a debellare definitivamente le ultime tracce dell'epizoozia nelle campagne locali e mobilitare altre ingenti risorse nella lotta contro il flagello del vaiolo.
Certo, la Commissione del vaccino da lui diretta non ebbe sempre vita facile: il De Rolandis parla di "molte polemiche e strane contrarietà" e lo stesso B. si rammaricò più volte dell'incredulità dei "sapienti" e del misoneismo delle autorità municipali o della popolazione contadina. Ma già alla fine del 1807 più di centomila fra bambini e adulti erano stati vaccinati secondo la citata tecnica di Edward Jenner e non in base a quella, rivelatasi presto pericolosa, del medico Giovammaria Bicetti De' Buttinoni che pure ebbe l'elogio del Parini nell'ode del 1765 L'innesto del vaiolo = e, grazie alla volontaria e gratuita collaborazione di medici e di filantropi, una vasta rete di centri di controllo e di intervento era stata messa su, oltre che a Torino (dove il primo comitato per il vaccino era stato organizzato nel 1803 presso l'ospedale della maternità in collegamento con un analogo comitato di Londra), anche nei mandamenti periferici e nei circondari di Pinerolo e di Susa. Ancora nel 1808 troviamo il B. impegnato a dirigere a Pinerolo i soccorsi e i provvedimenti necessari a dare asilo alle famiglie colpite dal terremoto che desolò in quell'anno alcune vallate piemontesi (Terremoto di Pinerolo del 1808 - digitalizzazione integrale de Rapport sur le tremblement de Terre qui commencé le 2 Avril 1808 dans les Valles de Pélis, de cluson, de Po, etc... par A. M. Vassalli - Eandi). Diramò il B. - osserva a sua volta il Tegas - "istruzioni atte a diminuire il novero degli individui affetti da cretinismo; perorò per ottenere lo stabilimento di ricoveri per i dementi [...]; fece adottare provvedimenti per porre un freno alla diffusione della sifilide; diede consigli intorno all'igiene della famiglia [...]; propose la costruzione di varie fontane a Torino per le acque potabili; a lui si devono i bagni pubblici e quelli di acque minerali artificiali; le sue scrupolose indagini dirette a conservare la salute a tutto si estesero, nulla dimenticarono: l'aceto, la birra, i macelli, i granai, i cereali con i loro nocivi insetti e con le loro falsificazioni e miscele; i mulini, le farine, i forni furono oggetto dei suoi strali, le carceri, gli edifici urbani e rurali, il ghetto e gli ospedali...". Anche lo studio dei mezzi per rimediare ai malanni del carbonchio fra i bovini, all'insorgere della febbre gialla, all'estendersi della pellagra richiamarono le vigili cure del B., che dall'aprile 1801 aveva assunto la presidenza del Consiglio superiore civile e militare di sanità (destinato a sostituire in un unico organismo le preesistenti magistrature sanitarie) e le funzioni di ispettore generale della salute pubblica. Organizzò inoltre, nel 1802, un Consesso sanitario, cui fecero capo i più noti studiosi di fisica e di medicina piemontesi, chiamato a collaborare con il Consiglio di sanità nella discussione e nell'elaborazione delle varie misure preventive e terapeutiche nel campo della organizzazione medica e scientifica in Piemonte.
Il periodo che va dal giugno 1800 al settembre 1802, cioè all'annessione ufficiale della regione alla Francia, coincise del resto con una stagione, per quanto fragile ed effimera, di appassionato fervore riformistico in Piemonte, sull'onda di aspirazioni e speranze, non ancora deluse, di un nuovo ordine politico-sociale. Subito dopo Marengo il B. era stato chiamato a presiedere anche la Società agraria di Torino e aveva ripreso i suoi vecchi progetti di risanamento di varie plaghe paludose e cominciato a lavorare intorno a un migliore ordinamento delle risaie, ma anche alla salvaguardia del patrimonio boschivo, al rinnovamento di pascoli e case coloniche, all'ammodernamento dei sistemi di conduzione del patrimonio zootecnico. Al B. era stata conferita del resto, il 19 dic. 1800, la direzione della scuola veterinaria di Torino, ristabilita al Valentino, con il compito precipuo non solo di combattere gli ultimi residui della grande epizoozia abbattutasi in Piemonte durante la guerra delle Alpi, ma di fare della medicina veterinaria un corpo di norme e di discipline sistematico, elevato a dignità scientifica.
Ed è quanto egli si accinse a fare dettando nel 1802 un regolamento degli insegnamenti e delle pratiche sperimentali, sulla scorta dei modelli già invalsi a Lione e a Charenton, che sarebbero rimasti anche in seguito il cardine dell'attività dell'istituto (Lettera circolare concernente l'apertura della Scuola e del Collegio veterinario, Torino 1802). Grazie allo sviluppo della scuola del Valentino e all'adozione di efficaci provvedimenti profilattici e curativi sarà possibile d'altra parte liquidare in soli tre mesi, tra l'agosto e il settembre 1807, la ripresa delle infezioni epizootiche nelle campagne piemontesi.
Come altri botanici del tempo, G. Passerini, C. Passerini, C. Rondoni ecc., il B. occupandosi di agraria, finì coll'occuparsi anche di parassitologia agraria che è essenzialmente entomologia - per cui lasciò una serie di memorie - e principalmente "Dissertations sur les insectes qui ravagent la récolte des blés", che sono un utile contributo alla conoscenza di alcune specie di insetti.
Il B. si preoccupò anche di studiare e di coordinare tutte le iniziative private intese a valorizzare la produzione agricola piemontese con un fattivo appoggio dall'alto. Allo sviluppo della Società agraria di Torino contribuì da posizioni di primo piano sia durante il suo mandato annuale alla presidenza del consesso, dalluglio 1800, sia con la creazione, nel 1802, di una rete di servizi per lo studio sistematico delle condizioni climatiche, del regime del suolo e delle acque e della topografia medica nelle varie province piemontesi e la fondazione (nel 1809) del primo Museo georgico; quando cioè la Società agraria fu chiamata dalle autorità napoleoniche non solo a risolvere la disperata situazione annonaria e altri gravi problemi d'emergenza lasciati dalla guerra (devastazione delle campagne, requisizione delle granaglie, fallanze nei raccolti, penuria di generi di prima necessità, ecc.), ma a ricostruire pure le basi dell'economia agricola locale e a ricercare, con l'inasprirsi della guerra con l'Inghilterra e il blocco continentale, nuove fonti di rifornimento e di sussistenza: a sperimentare la coltura del cotone (quantunque non senza molte riserve da parte del B. e di altri agronomi piemontesi), della colza e di altre piante succedanee, della barbabietola da zucchero, della meliga quarantina, del grano d'Egitto, ecc., o a tentare l'acclimatazione in Piemonte di generi coloniali, di sostanze coloranti e di piante industriali. Problemi questi - insieme alla lavorazione dei bozzoli, alla coltura dell'indaco, all'importazione di pecore di razza pregiata, alla filatura della seta e alla creazione di fabbriche di birra e di porcellana - su cui il B. interverrà puntualmente nel corso di quegli anni con memorie, giudizi e progetti particolari. Non si trattò, beninteso, di iniziative destinate tutte al successo: tuttavia, insieme ad alcuni discreti risultati, fu possibile porre per la prima volta sul tappeto la questione pregiudiziale di un più stretto collegamento fra risorse agrarie e attività manufatturiere e di un miglioramento più generale delle tecniche di produzione e dei metodi di allevamento, di irrigazione e di disinfestazione sistematica delle colture. D'altra parte, dopo l'annessione del Piemonte il B. fu uno dei principali fautori non solo di un rinnovamento "alla francese" delle strutture agrarie e produttive locali, ma anche di più stretti legami economico-commerciali con i territori transalpini, partecipando fra l'altro ai lavori della Société centrale d'agricolture di Parigi e di quella del dipartimento del Rodano. È vero che le concezioni fatte valere dal B. risentivano, per tanti versi, di certe linee di orientamento tradizionali e contribuirono pure ad accantonare le aspirazioni, ancora presenti qualche anno prima in coincidenza con l'avvento della Repubblica cisalpina, verso la creazione di un mercato unico nella pianura padana con Milano, Genova e Piacenza, oltre le frontiere del Po e del Ticino. Ma è anche vero che egli non mancava di cogliere comunque alcune novità sostanziali emerse con la dominazione napoleonica, nella rottura dei vecchi diaframmi che isolavano il Piemonte dall'Europa, nella dislocazione e nel rafforzamento degli scambi entro una più vasta area di relazioni commerciali a livello continentale, ora consentiti da più intense correnti di traffico e dalla costruzione e dal riassetto dei grandi valichi alpini del Moncenisio e del Monginevro.
Il progressivo processo di vassallaggio e di subordinazione dell'economia piemontese alle esigenze dell'esercito francese e agli interessi mercantili e finanziari di Lione e di altri centri della valle del Rodano spinsero talvolta il B. a difendere i relativi margini di autonomia lasciati agli amministratori piemontesi. Ma il suo zelo attivistico e la serena fiducia nei benefici del nuovo corso e nelle funzioni progressive della cultura militante e della scienza (onde egli auspicava fra l'altro, nel 1805, lo sviluppo di opere di pubblica utilità e la creazione di ospedali statali "necessari alla classe indigente" e si impegnava egli stesso, oltre che nella direzione dell'ospedale S. Giovanni, nella commissione provinciale delle carceri e in altri enti di assistenza e amministrazione) finirono per far spesso da velo ad una più precisa consapevolezza del momento politico e della definitiva involuzione del governo francese. Membro del Consiglio generale del dipartimento del Po e titolare di varie altre cariche pubbliche, il B. continuò così ad attendere con spirito illuministico, di "ardent ami de l'humanité" (per dirla con il Bredin), all'opera di rinnovamento dell'attività scientifica, alla lotta contro le epidemie e alla creazione di nuovi istituti culturali e di ricerca. Dal 1802 era stato chiamato a far parte pure dell'Accademia delle Scienze di Torino, di cui incrementava il patrimonio bibliografico; mentre aveva ripreso la sua attività universitaria e assunto l'incarico, dal gennaio 1801, di primario dell'Ospizio di maternità di Torino.
Troppo vasta è la serie dei lavori pubblicati dal B. su singoli temi di scienza medica (importanti, fra gli altri, quelli sulla peste bubbonica orientale), di botanica, di veterinaria, di agronomia, di statistica e di polizia sanitaria per poterli elencare tutti. Ricordiamo soltanto, accanto all'edizione del 1801 del Giornale fisico-medico, bollettino del Consiglio superiore di sanità, ricco di dati e di analisi puntuali sui progressi scientifici in Italia e all'estero, alcune opere più significative: dall'Aperçu sur l'état sanitaire du Piémont (Turin 1801) ai Moyens pour defendre la santé des armées en Italie dello stesso anno, all'Istruzione dettagliata intorno alla vaccina preceduta da un discorso storico sopra la sua utilità (Torino 1804), alla dissertazione Sur l'épidémie manifestée en Piémont (ibid. 1805), all'Instruction sur les épidémies catherrales (ibid. 1806), alla traduzione dell'opera del 1796 di F. A. Gilbert della scuola veterinaria di Alfort comparsa sotto il titolo di Istruzione intorno il vaiuolo pecorino con aggiunte del B. (già presentate alla Società d'agricoltura), comparsa a Torino nel 1810. In quello stesso anno, il 22 aprile, il B. aveva ricevuto la massima onorificenza istituita dal ministero degli Interni dell'Impero per la propagazione del vaccino.
Al momento della Restaurazione si guardò, più che alla onestà politica e intellettuale del B. e alle sue generose attività scientifiche, al suo passato di "repubblicano invasato" e di "massone del '99". Rimosso dalla presidenza del protomedicato e da altri incarichi pubblici, dall'insegnamento universitario e dal suo posto di medico collegiato, il B. venne radiato pure dall'Accademia delle Scienze e privato di ogni emolumento. Non per questo egli rinunciò a praticare, gratuitamente e senza il soccorso di altri mezzi se non quelli personali, la vaccinazione nelle campagne piemontesi e a divulgare la necessità della lotta contro il vaiolo, tanto da indurre Vittorio Emanuele I ad assegnargli perciò, il 6 luglio 1819, una modesta pensione annua. Il rientro del B. nel giro degli incarichi pubblici e della cultura accademica sarà tuttavia pervicacemente osteggiato dagli ambienti politici e da non pochi suoi colleghi, mentre censure esplicite o ipocritamente dissimulate finiranno per diradare anche le sue possibilità concrete d'intervento e di pubblicazione dei propri scritti. Di fatto, dopo le Réflexions sur tous les ouvrages publiés et inédits du docteur Charles Allioni (Turin 1817) - con cui il B. ritornava ad alcuni temi di storia della botanica dei suoi primi anni di ricerca, peraltro mai del tutto abbandonati, ma che riproducevano in sostanza una comunicazione già discussa nel 1910 all'Accademia delle Scienze di Torino e in cui riferiva anche intorno alle relazioni dell'A. con Linneo - non si trova più traccia di sue opere stampate fino all'anno 1831:tranne che per una Lettre du docteur Buniva à monsieur le docteur Coindet à Genève sur l'établissement balneo-sanitaire fondé par le docteur Paganini à Oleggio dans le Novarais (Turin 1823) .L'isolamento cui era stato condannato non impedì comunque al B. di tenersi aggiornato - attraverso un attivo commercio epistolare e grazie alla sua appartenenza a numerosi consessi accademici (dalla Società fisica di Gottinga all'Institut Royal de France, che l'aveva voluto fra i suoi membri nel 1818) - dei progressi scientifici e culturali nei campi dell'agronomia, della botanica e della scienza medica. Del 1831è la sua ultima opera di rilievo, il Trattato delle varie specie di Cholera-morbus con l'addizione di alcune altre memorie sullo stesso argomento, pubblicata a Torino.
Il B., nell'intento di aprire nuovi sbocchi alla ricerca sulle cause e sulla natura, ancora oscura, del terribile morbo ricomparso in Europa attraverso un lungo itinerario dalle regioni monsoniche asiatiche, tramite lo studio di epidemie analoghe, ma assai più conosciute, intendeva far valere, partendo da un raffronto anatomico fra gli uomini ed alcune specie di Mammiferi più comuni, la necessità di studi più estesi e approfonditi di patologia comparata.
Ancora negli ultimi anni egli aveva coltivato la speranza di riprendere il suo posto all'università e di essere riammesso all'Accademia delle Scienze; ma tre sue successive suppliche (del 20 febbr. 1820, del 5 dic. 1826e del 21nov. 1829)erano rimaste senza risposta, sebbene fossero intervenuti in suo favore anche esponenti delle gerarchie ecclesiastiche e Prospero Balbo. Da qualche tempo aveva ripreso con la moglie Niccolina Dolce (vedova del chimico Frico, da lui sposata nel 1809)a prodigarsi nell'opera di proselitismo in favore della diffusione del vaccino e aveva voluto venire incontro alle istanze di Gerolamo Marzorati, direttore della Pia unione dei lavoranti dell'arte tipografica di Torino, accettando nel 1821 la consulenza medica dell'associazione e l'incarico di compilare, quattro anni dopo, alcune norme essenziali per prevenire le malattie più comuni tra gli stampatori e il miglioramento delle loro condizioni igieniche e ambientali di lavoro. Ma aveva voluto intervenire ancora nella discussione in favore della litotripsia quando simili operazioni avevano appena cominciato ad affacciarsi nella chirurgia pratica degli ospedali torinesi e interessarsi, inoltre, della situazione delle concerie, della valorizzazione delle acque minerali di San Genesio, della diffusione dei bagni pubblici e di numerosi problemi di igiene cittadina, piuttosto che - come egli scriveva il 21 nov. 1829 - "ritirarsi in solitudine georgica o occupare impieghi fuori Patria". Gli ultimi riconoscimenti della sua opera di scienziato erano venuti dall'estero: dall'Accademia dei Lincei di Roma, che l'aveva nominato suo corrispondente nel 1833 e dall'Institut historique di Parigi, che l'aveva eletto fra i suoi primi soci pochi giorni prima della morte del B. avvenuta a Piscina, presso Pinerolo, il 26 ott. 1834. 

da Cultura-Barocca

martedì 6 febbraio 2018

Aleramici, Arduinici, Obertenghi

Sottomissione di Berengario d'Ivrea all'imperatore Ottone I. Manuscriptum Mediolanense, circa anno 1200 - Fonte: Wikipedia
Nel contesto delle trasformazioni di epoca medievale, susseguenti al ruolo di primo piano assunto dai Franchi, soprattutto nel periodo di splendore delle dinastie dei MEROVINGI e quindi dei CAROLINGI, non si può trascurare la citazione dello sviluppo amministrativo, socio-politico e giurisdizionale del territorio francese prima e successivamente imperiale.
L'essenza delle evoluzioni, che in Europa occidentali segnarono davvero la fine della civiltà antica ed aprirono il pieno passaggio verso la grande epoca feudale, è comunque da collegare al fiorire della dinastia francese dei CAPETINGI che fu alla radice di grandi trasformazioni socio-amministrative che coinvolsero anche l'ITALIA.
Per il nord-ovest della penisola italiana risultò comunque già particolarmente rilevante la riorganizzazione amministrativa in tre grandi MARCHE del territorio ligure e pedemontano, precisamente l'ARDUINICA, l'ALERAMICA e l'OBERTENGA, venutesi a sviluppare per IDEAZIONE DEL RE D'ITALIA BERENGARIO II e nel contesto di una progettazione eminentemente militare e di fini antisaraceni.

Berengario II, Marchese d'Ivrea, figlio di Adalberto d'Ivrea, fu nipote di BERENGARIO I, ed apparteneva ad una delle potenti casate delle quali Ugo re d'Italia aveva sancito la fine violenta per ristabilire il potere centrale della monarchia nel territorio della penisola. Quando Ugo impegnò il massimo delle sue forze contro le famiglie italiche ostili al rafforzamento dell'istituzione regia, Berengario, che era stato esiliato in Germania, venne richiamato in patria dai nemici del re: quest'ultimo, rimasto imprevedibilmente senza alcun appoggio politico (e militare) in Italia, si rifugiò in Provenza abdicando a favore del figlio Lotario nel 945.
Berengario, re di fatto, lo divenne pure di diritto, in compagnia del figlio Adalberto allorché Lotario morì nell'anno 950. Progettando un consolidamento del suo potere, Berengario imprigionò Adelaide, vedova di Lotario, e si trovò quindi a rivestire il titolo di re senza rivali, seppur nel periodo di estrema debolezza istituzionale dello Stato in Italia, vista in particolare la gravissima e irreversibile crisi degli ordinamenti carolingi: anche per queste ragioni e ridare un nuovo assetto, oltre che un equilibrio politico all'Italia feudale, Berengario ideò una sua ristrutturazione in Marche, da cui non restò esclusa la Liguria, innestata col Piemonte nel vasto, e spesso amorfo, complesso geopolitico dell'Italia nord- occidentale.
Aspirando alla corona d'Italia e quella imperiale, Ottone I di Germania scese però in Italia a sconvolgere tutti i piani di Berengario (ormai re Berengario II). e si unì in matrimonio ad Adelaide che nel contempo era fuggita dal carcere grazie all'aiuto di Adalberto Atto di Canossa: forte dell' appoggio di una vasta serie di casate feudali e dei diritti acquisiti per via di tale matrimonio politico Ottone I fu in grado di trasformare Berengario II in un suo vassallo nell'anno 952.
Con la seconda discesa in Italia, avvenuta nel 961, Ottone I divenne imperatore (962) ed immediatamente intraprese una dura guerra contro Berengario II, guerra che si concluse solo dopo la resa della rocca di San Leo nel Montefeltro (963), dove Berengario si era rifugiato con le sue forze: l'ex re d'Italia fu quindi inviato prigioniero in Germania con la moglie dove, pochi anni dopo morì, precisamente a Bamberga nel 966. 

Berengario I re d'Italia ed imperatore: già marchese del Friuli, fu uno dei grandi feudatari, italici e transalpini, che si scontrarono alla conclusione del periodo carolingio per acquisire sia la corona d'Italia che quella imperiale. L'incertezza politica e la fragilità estrema delle istituzioni dell'epoca obbligarono Berengario, divenuto re d'Italia nell' 888, a dividere il governo dello Stato con Guido di Spoleto e poi con il figlio di quest'ultimo Lamberto. In pratica il territorio della penisola venne diviso e a Berengario, per quanto legittimo sovrano, spettò soltanto il controllo della porzione nord-orientale d'Italia. Alla morte di Guido (894) e quindi di Lamberto (898) Berengario divenne re unico d'Italia e nel 915 assunse anche la dignità imperiale. Berengario partecipò sempre in prima persona alla politica italica e soprattutto impegnò tutte le proprie energie per la sopravvivenza del vacillante potere regio sistematicamente messo in crisi da un inarrestabile processo disgregante delle sue stesse basi istituzionali. In questo tempo si andava verificando una lenta ma costante decadenza dei conti, che in fondo garantivano l'ossatura portante di questo genere di Stato feudale, e di converso si andava affermando vieppiù il potere temporale, oltre che spirituale, dei vescovi. A costoro Berengario I si trovò obbligato a concedere varie prerogative pubbliche, soprattutto in dipendenza delle pesantissime devastazioni ungariche (899): in relazione a ciò venne indebolito l'assetto della pubblica amministrazione, compresa l'autorità regale stessa, e l'ordinamento statale carolingio accelerò la sua già intrapresa decadenza istituzionale. Nel 923 Berengario patì una pesante sconfitta militare, ad opera del potente Rodolfo di Borgogna, a Fiorenzuola d'Arda, nel Piacentino, che fu una delle più sanguinose battaglie dell'epoca. Dopo solo un anno il re morì assassinato a Verona per opera di una congiura locale ordita da un funzionario minore e in qualche modo la sua morte divenne il simbolo del sopravvento delle forze disgregatrici del particolarismo postcarolingio a scapito della stessa istituzione monarchica.

ALERAMICI: famiglia nobiliare che amministrò una delle quattro parti in cui, verso metà del sec. X, era stata suddivisa la grande marca d'Ivrea formatasi a fine secolo IX nel Piemonte e governata dagli Anscarici.
Gia prima del trionfo dell'imperatore Ottone I sul marchese d'Ivrea e re d'Italia Berengario II (963) Aleramo, il capostipite degli Aleramici, è indicato quale marchese in un atto che fu steso verisimilmente tra il 958 ed il 961.
La famiglia aveva posto le sue basi nel territorio del Monferrato, sino ad Acqui ed a Savona, alterando la struttura dell'antica marca eporediese, in forza anche di conquiste ed integrazioni territoriali.
Dopo la morte nel 991 di Aleramo , la marca venne divisa fra i suoi eredi e figli Anselmo, che ottenne il territorio di Savona, e Oddone, cui spettò il Monferrato.
Nei secoli XI e XII la marca aleramica si frazionò ulteriormente in vari distretti controllati da altrettante famiglie discendenti dal ceppo originario, conseguentemente al fenomeno di dissoluzione dei grandi gruppi parentali, alla distribuzione delle cariche ai soli discendenti maschili ed al loro radicamento ad ambiti circoscritti, provinciali e subprovinciali.
Siffatti distretti ebbero vita lunga nelle mani dei discendenti degli Aleramici.
Si possono rammentare tra i distretti di principale rilievo Savona, Saluzzo, il Monferrato, dove nel 1305 subentrarono i Paleologi nella persona di Andronico al quale il marchesato era giunto attraverso la moglie Violante, sorella di Giovanni I, ultimo aleramico maschio monferrino.

ARDUINICI: si trattò di una grande casata di rango comitale e marchionale attiva in Piemonte nei secoli X e XI.
Propriamente essi si affermarono come "uomini nuovi" rispetto alla vecchia feudalità ma, grazie a capacità non comuni di iniziativa politica e di diplomazia, rapidamente divennero titolari di una delle quattro grandi compagini politiche nate dalla frantumazione della vasta ed antica marca d'Ivrea.
Giunti in Italia all'inizio del sec. X gli Arduinici si posero al servizio di Rodolfo, conte di Auriate, un comitato posto, secondo l'interpretazione degli storici, nella fascia meridionale della diocesi di Torino.
Rogerio e Arduino raggiunsero presto la titolatura vassalli di Rodolfo e gli ARDUINICI crebbero in potenza sveltamente sino al punto che Rogerio succedette a Rodolfo nella carica, sposandone la vedova, da cui gli nacquero due figli, Rogerio II, che diede in moglie la figlia Guntilda ad Amedeo, figlio di Anscario II d'Ivrea, e Arduino il Glabro, che risulta menzionato nel 964 come marchese, ed il cui figlio, Manfredo sposò una figlia del capostipite dei Canossa, Adalberto Atto, da cui ebbe una figlia che diede i natali ad Arduino re d'Italia.
Gli Arduinici ebbero così successo in una celere scalata ai massimi vertici della nuova e potente feudalità italica del "secolo di ferro": dopo il comitato ottennero infatti una marca (o marchesato) e si imparentarono gradualmente con tutte le piu importanti casate del loro tempo.
Vari elementi concorsero alla rapida ascesa di questa nuova e vigorosa feudalità: senza dubbio vi concorsero il valore militare e la spregiudicatezza economica che le era unanimemente riconosciuta ma un peso non indifferente nel suo fortunato progredire ebbe anche la grave crisi del potere centrale.
Il centro pulsante della loro marca era costituito dai comitati di Auriate e Torino ma a questi via via si unirono altre basi di indubbio prestigio, come i comitati di Alba, Albenga, Asti, Ventimiglia.
Nel territorio di Asti il potere della Casata fu invece in qualche modo frenato dalla giurisdizione che il potente vescovo locale aveva, sulla città e sull'area suburbana, per due miglia destinate a diventare poi quattro in funzione di una concessione imperiale del 1041.
Con Olderico Manfredo (morto nel 1034) la Casa marchionale prese possesso dell'importante base di Ivrea (1015).
Successivamente la marca pervenne a sua figlia Adelaide (destinata ad acquisire importanza in Liguria occidentale per varie donazioni che fece alla Chiesa), che in terze nozze sposò Oddone di Savoia: ad Adelaide non sopravvissero però figli maschi sì che alla sua morte, avvenuta nel 1091, i possedimenti arduinici si frammentarono in varie strutture di matrice feudale.

OBERTENGHI: sono chiamati in tale modo i discendenti da un Oberto, vissuto nel secolo X, dapprima conte di Luni, poi investito da Berengario II, probabilmente nel 951, della marca della Liguria orientale comprendente i comitati di Genova, di Tortona, di Bobbio, di Luni e, forse, anche quello di Milano. Questo Oberto discendeva da Suppone, duca di Spoleto e conte palatino e, dal817, conte di Brescia. Fu dapprima seguace di Berengario II ma se ne staccò per accostarsi a Ottone I, che, sceso in Italia, lo reinvestì della marca. Ebbe parecchi figli, fra cui Adalberto e Oberto II.
Quest'ultimo diede i natali a Ugo, Alberto Azzo e Oberto Obizzo I che parteciparono col padre alle lotte arduiniche contro Enrico II.
Sconfitto Arduino, furono condotti prigionieri in Germania, ma riuscirono a fuggire e a ristabilire il loro dominio.Sotto i loro discendenti il casato si frazionò sempre più in vari rami, alcuni dei quali ebbero nella storia un posto di rilievo.
Per esempio i discendenti di Oberto Obizzo I diedero origine ai Malaspina mentre quelli di Alberto Azzo agli Estensi.
Da Adalberto I, figlio di Oberto I, discesero invece i Pallavicino, i Cavalcabò, i marchesi di Massa-Parodi, di Massa-Corsica, di Gavi. 
La COMPAGNA fu un'associazione medievale genovese sorta tra fine XI sec. e primi del XII in seguito alla scomparsa della Marca Obertenga.
A prescindere dalla peculiarità dell'essere fenomeno tipico di Genova la COMPAGNA è espressione tipica dell'associazionismo medievale, mezzo idoneo a difendere le comunità dei liberi dall'oppressione feudale.
Gli statuti della Compagna son posteriori al 1100 ed i principali si datano del 1157.
La Compagna era un'associazione volontaria e giurata cui facevano parte tutti gli uomini dai 16 ai 70 anni e la capeggiavano 8 consoli.

da Cultura-Barocca

mercoledì 31 gennaio 2018

Puccinotti, il medico che diede una peculiare interpretazione tra Leopardi, i suoi mali e le fatiche, irrinunciabili

Storico della Medicina, Francesco Puccinotti fu docente e ricercatore illuminato il cui nome in particolare spicca di luce propria quale criminologo e redattore di basilari e rivoluzionarie opere di medicina legale oltre che di storia della medicina. Vide la luce ad Urbino nel 1794 (si spense nel 1872) ma risulta celebre anche per l'amicizia che lo avrebbe legato a Giacomo Leopardi (fu del resto medico comprimario a Recanati) sì che da alcuni, ma non universalmente, venne considerato come l'unico allievo filosofico che Leopardi abbia avuto = come attestano le lettere di G. Leopardi l'amicizia era profonda e la perdita dell'amico trasferitosi a Macerata per insegnare all'Università causò evidente dolore nel grande poeta [ è nella lettera scritta da Bologna al Puccinotti, ancora medico a Recanati, il 17 ottobre 1825 che il poeta prende atto con tristezza ma comprensione, atteso il progresso professionale dell'amico, che il Puccinotti abbia deciso di trasferirsi a Macerata ed è quindi nella lettera scritta dal Leopardi (vedi l'incipit) sempre da Bologna il marzo 1826 che il poeta prende atto dell'avvenuto trasferimento dell'amico che ormai risiede a Macerata ( F. Puccinotti era sodale della famiglia Leopardi oltre che apprezzato medico: Giacomo scrivendo da Milano il 7/IX/1825 al fratello Carlo lo invita a salutare il Puccinotti contestualmente a Natale Prosperi il quale esercitava la chirurgia a Recanati; del pari in una lettera di poco posteriore inviata da Bologna il 19/XII/1825 il poeta invita la sorella Paolina a rammentare al fratello Carlo di salutargli il Puccinotti con l'espressione del suo dispiacere per il fatto che stia per lasciare Recanati) = le non molte lettere scritte dal Leopardi al Puccinotti disegnano però un personale rapporto culturale intercorrente fra i due: interessante la lettera leopardiana del 5 giugno 1826 ove il poeta esterna la sua ammirazione per Byron dimostrandosi invece giudice abbastanza severo per Goethe soffermandosi poi a parlare poi di Caterina Franceschi e lodando la di lei predisposizione per la saggistica e la la filosofia ( contestualmente criticando le troppe poetesse o meglio verseggiatrici italiane che disdegna la Franceschi possa emulare: in effetti l'aveva già encomiata per la traduzione del ciceroniano De Amicitia in questa lettera da Bologna del 14 aprile 1826). Dalla lettera da Pisa del 9 Dicembre 1827 la corrispondenza si concentra sulle pubblicazioni avvenute o in previsione del Leopardi anche se l'ultima epistola -da Recanati 28/XI/1829-, si rivela più personale e patetica, con allusioni alle problematiche fisiche del poeta e al suo desiderio vivissimo di incontrare l'amico resosi abbastanza "latitante nei contatti anche per posta".
A titolo di notazioni personali la voglia di lasciare Recanati è sempre presente quanto greve nell'espressione come in questa lettera del 21 aprile 1827 anche se, mutatis mutandis trovandosi a Firenze il 16 Agosto 1827 e dovendola lasciare, incerto se per recarsi a Roma o Pisa, aggiunge Ma se mi sentirò male assai verrò a Recanati, volendo morire in mezzo ai miei.
Pur dichiarandosi indotto in merito alla scienza medica il grande poeta chiede informazioni al Puccinotti sulla stampa di una sua basilare opera scientifica, in cui la ricerca scientifica si innesta sulla metodologia e sulla filosofia teoretica, contestando primieramente la cultura del solo empirismo e del pirronismo in una lettera da Firenze del 12/VI/1828, avendo peraltro già scritto all'amico in una lettera da Firenze del 16/VIII/1827 = "Tu non mi dici nulla degli studi tuoi. Pensi tu alla tua opera sui temperamenti? (è da precisare che la teoria dei temperamenti deriva dal medico classico Galeno, sopravvivendo nei secoli tra mille discussioni).
Del pari risulta interessante che il Puccinotti, molto competente nel contesto epocale di fronte alla malattie mentali e o di origine nervosa come scrive in una lettera da Pisa del 11/I/1828
un Leopardi pensoso ma non incredulo risulti l'unico medico decisissimo nel sostenere che per il poeta lo studio e l'impegno intellettuale sono vitali o comunque irrinunciabile a fronte dell'inerzia, e quindi dei danni, che in una mente vulcanica come la sua sarebbe in grado di produrre l'un ozio non costruttivo, spesso destinato a portare alla depressione estrema, sì che il poeta, forse dopo aver già meditato su possibili interazioni -per i suoi problemi di salute- tra nervi e disturbi fisici, chiede altresì notizie in relazione agli studi indubbiamente innovatori e di avanguardia del Puccinotti sulla "Patologia" o meglio sulla "Patologia induttiva".
[tutto questo detto, e qui ribadito per evitare equivoci, senza aver la pretesa il Puccinotti di presupporre, cosa impossibile date anche le epocali conoscenze mediche, le ragioni reali dei
tanti mali tormentanti Giacomo Leopardi: argomento peraltro su cui si continua tuttora a discutere].
Il Servizio Bibliotecario nazionale cita siffatta opera come edita per la I volta con la seguente descrizione Patologia Induttiva del professor Francesco Puccinotti s.l. : s.n.!, edita dopo il 1832! - 216 p. (data per presente solo in "Biblioteca di Filosofia e scienze umane del Dipartimento di Studi umanistici dell'Università degli studi di Macerata - Macerata" = cui segue Patologia induttiva : proposta come nuovo organo della scienza clinica / [da] Francesco Puccinotti Urbinate Napoli, Di Simone, 22 cm. (quale edizione napoletana si ricorda poi la Patologia induttiva proposta come nuovo organo della scienza clinica / [da] Francesco Puccinotti Urbinate Edizione Nuova ed. arricchita di molte aggiunte e correzioni somministrate / dall'Autore, Napoli, Del Vecchio, 1840, 163 [i.e. 263] p. ; 23 cm.) = questa nostra digitalizzata (parzialmente) Patologia Induttiva pisana (p. 216, cm. 26) risulta inserita in un volume intitolato Opere di Francesco Puccinotti Urbinate (edizione pisana del 1839) in cui si contengono le Lezioni di Medicina Legale del professore Francesco Puccinotti seguite da "6 consulti medici legali" qui leggibili digitalizzati e leggibili autonomamente anche consultando l'indice specifico. Oltre il valore scientifico non possono in siffatto cotesto non citarsi alcuni aspetti che emergono dalle dedicatorie poetiche e che riflettono con le tragedie in famiglia del Puccinotti le problematiche di un'epoca ancora pervasa da sventure per malattie incurabili anche in famiglie di eccelsa condizione e specifica professionalità. Fa tenerezza leggere in questa lettera, da Bologna del 14 aprile 1826, le complimentazioni leopardiane per il primo (prima) nascituro del Puccinotti quanto ben presto avvilisce la constatazione della precoce perdita della moglie Rosalia Franchini Puccinotti a soli 35 anni e quindi della figlioletta Virginia di soli 6 anni] .
Per i suoi studi il Puccinotti ottenne poi la cattedra di Anatomia e fisiologia ad Urbino, per poi insegnare Patologia e medicina legale a Macerata fino al 1831 anno in cui, dopo aver preso parte ai moti delle Legazioni, venne allontanato dalla città e gli fu impedito di esercitare la professione medica. Si spostò quindi nella più liberale Toscana dove, nel 1838 ottenne la cattedra di Igiene nell'Università di Pisa. Qui approfondì il suo studio sulla medicina civile e si rese protagonista di molti dibattiti culturali e scientifici presso la locale Università = fu inoltre segretario della sezione di medicina già del I congresso scientifico di Pisa del 1839.
Nel 1843 il Granduca Leopoldo II di Toscana lo inserì in una commissione incaricata di studiare l'ipotesi di introdurre sul litorale pisano le risaie dal punto di vista della medicina civile. Espose le sue analisi nel saggio Sulle risaie in Italia e sulla loro introduzione in Toscana dello stesso anno: conclusioni che saranno alla base del Regolamento sulla cultura del riso in Toscana del settembre 1849. Negli ultimi anni trascorsi a Pisa ottenne la cattedra di Storia della medicina, che mantenne anche al suo trasferimento a Firenze. In questi anni conobbe Pietro Siciliani, suo allievo, col quale mantenne un costante rapporto di amicizia e collaborazione. Morì a Firenze nell'ottobre del 1872 e per i suoi meriti fu sepolto nella Basilica di Santa Croce.

da Cultura-Barocca

venerdì 26 gennaio 2018

La normativa sui duelli tra Cinquecento e Seicento

 Il capitolo sui "DUELLI" ("LV, libro II") degli "Statuti genovesi" ha molti punti in comune colla condanna dei "Duelli pubblici" registrata nel "cap. XIX" ("sessione XXV- 3/4 dicembre 1563" = ALBERIGO, pp.745-746) dei "Deliberati" del "Concilio di Trento", pur se in ambito ecclesiastico si insiste sull'origine demoniaca della pratica e la pena pei duellanti non comporta la morte sul patibolo ma scomunica, proscrizione e confisca dei beni mentre in chiave criminalistica, oltre al suppizio estremo dei rei e la menzione critica avverso le vendette private mascherate sotto forma di duelli, si allude ancor più apertamente all'esasperazione della criminale usanza, ricorrendo in sovrappiù da metà Cinquecento non solo l'abuso di messaggeri di morte, "padrini" e consiglieri di vario tipo (funzione condannata colla scomunica, la proscrizione e l'infamia perpetua nel capitolo conciliare) ma anche l'innovazione di sfide lanciate per via di lettere se non addirittura con "cartelli" ed "iscrizioni offensive di sfida" disposte in mostra per le pubbliche vie all'attenzione non solo dei contendenti ma anche della morbosità popolare (vedi in "Bibliografia" l'opera contemporanea del SUSIO). 

Lettera o cartello di sfida a duello. rinvenuta - a seguito di processo giudiziario - in una filza
datata 1624-1625
Il "duello", di cui esistevano tra l'altro molte codificazioni letterarie, anche per gesuitico accondiscendimento, non venne estirpato mai del tutto nel genovesato: visto anche quanto ancora detta 150 anni dopo questo capitolo criminale, il "capo 13" della "P.I" degli "Istituti Militari" dello ZIGNAGO: "Chi sfiderà, chiamerà a duello sarà condannato per due anni in Galera, e chi chiamato vi anderà, vi sarà condannato per un anno e seguendo per cagione di detto duello qualche ferita, saranno condannati alla Galera in vita, tanto il Ferito che il Feritore, e se succedesse la morte d'uno di quelli due, quello che sopravviverà, se cadrà nelle forze della Giustizia, sarà archibugiato" (fucilato)".> 

Un guanto del Seicento, addotto a prova testimoniale in un processo per una sfida a duello, di cui si é già detto
Peraltro la Chiesa di Roma si trovò quasi subito nella condizione di vanificare un espediente escogitato per aggirare la proibizione "contro i duelli" del "Concilio di Trento", ricorrendo i contendenti al "Duello privato" cioè svolto fuori della codificazione storica (per esempio senza la pubblica dichiarazione di sfida o l'uso di padrini) attraverso la "Bolla pontificia" di Gregorio XIII, "Ad tollendum detestabilem" del Dicembre 1582, con cui le pene della scomunica, della proscrizione e della confisca dei beni venivano estese a quanti ricorrevano a tal forma di "Duello", come ad eventuali complici ed a quanti concedessero uno spazio di loro proprietà per "duellare" (il "DELRIO" però - Lib. IV, Cap.IV, Quest. IV, Sez. II - ritiene che i Principi o comunque lo Stato non siano tenuti a reprimere od impedire i "Duelli" tra "Pagani" visto che i dettati del "Concilio di Trento" condannano questa forma di contesa solo nel caso che avvenga tra Cristiani: argomento comunque sottile e controverso per ogni Stato, che non poteva sul suo territorio far simili distinzioni, come si intuisce leggendo il "capitolo sui duelli" degli ""Statuti Criminali Genovesi".
Un po' ovunque nel mondo occidentale l'usanza del "duellare" finì quindi per resistere magari tra mille espedienti, sin alla fine del XIX secolo: nel '700 , nonostante gli "editti di morte" contro chiunque accettasse un "duello", come scrisse il "Beccaria" nel "capo X" del suo "Dei Delitti e delle Pene", la contesa trovava energia e fondamento "in ciò che alcuni uomini temono più che la morte" (il disonore) "di maniera che l'uomo d'onore si prevede esposto a divenire un essere meramente solitario, stato insoffribile ad un uomo socievole, overo a divenire" (cosa peraltro vera)" il bersaglio degl'insulti e dell'infamia che colla ripetuta loro azione prevalgono al pericolo della pena" [a prescindere dal fatto che la persecuzione del "Duello" si è rivelata di fatto molto difficile per le legislazioni criminali (non ovunque, neppure tuttora e specie in aree depresse del meridione italiano, si sono disperse le competenze "procedurali" del feroce duello rusticano) vista la radicatezza della costumanza, la risposta del "Beccaria" non pare esente da una diffusasi giustificazione gesuitica del "Duello" e che comporta una soluzione giuridica abbastanza fragile (potendo i duellanti giustificarsi in giudizio - generando dispersione e confusione di prove con relativa vanificazione del procedimento - col testimoniare sia l'uno che l'altro, quasi sempre in perfetto accordo, preordinato sulla scorta dei pareri di legulei e confessori gesuiti, "d'esser stato aggredito proditoriamente una volta giunto sul posto scelto per lo scontro - recando armi ma solo per difesa - onde trovare piuttosto un accomodamento verbale onorifico"): "il miglior modo di prevenire questo delitto è di punire l'aggressore, cioé chi ha dato occasione al "duello", dichiarando innocente chi senza sua colpa è stato costretto a difendere ciò che le leggi attuali non assicurano, cioè l'opinione, ed ha dovuto mostrare a' suoi concittadini ch'egli teme le sole leggi e non gli uomini"].



venerdì 19 gennaio 2018

Ove sono andati tutti quei popoli che successivamente abitarono quelle grotte, e quei palazzi?

   "Ove sono andati tutti quei popoli che successivamente abitarono quelle grotte, e quei palazzi? I monumenti scolpiti nei monti stessi hanno resistito all'opera distruggitrice del tempo e dell'uomo, i templi costruiti di blocchi sono caduti anche essi. Quelli scavati nella rocca, quei monti cesellati a facciate di palazzi e tombe sono ancora in piedi. Per distruggere Petra ci vorrebbe un cataclisma. Ma la città è vuota e deserta, il Foro è vuoto e silenzioso, i templi, i palazzi, il teatro, l'arena son vuoti e muti. L'impressione che produce nell'anima cotesta città, muta come una città di tombe, è grandiosia e triste...": "Johann Ludwig Burckhardt e Giammartino Arconati Visconti ovvero lo scopritore di Petra dei Nabatei e colui che, in seguito ad un viaggio nel 1865, ne pubblicò altre meraviglie dopo la splendida opera del Laborde ( di cui qui si riportano alcune stampe). 

V'è molto romanticismo e tanta nostalgia nelle parole sopra trascritte dell'Arconati-Visconti, di cui qui si propone il Diario del Viaggio nell'Arabia Petrea, e certo è da riconoscere che molte altre scoperte ed approfondimenti sin all'oggi sono stati fatti su Petra dei Nabatei. 

Ma il fascino che promana dalle descrizioni di questi primi esploratori è per certi aspetti imparagonabili alle scoperte scientifiche moderne: e del resto Cultura-Barocca -che non è sito archeologico ma principalmente biblioteconomico- si propone di informare il più possibile su questi, spesso dimenticati resoconti, talora pregni di un coinvolgimento emotivo che magari attutisce l'esattezza scientifica, specie a fronte di esplorazioni future e recenti, ma certo rende interessantissima l'analisi dell'esplosione di emozioni in questi "antichi" vaiggiatori-esploratori coi loro resoconti di rimpetto al rinvenimento di tante archeologiche meraviglie.


"Johann Ludwig Burckhardt [vedine qui un ritratto] (Losanna, 24 novembre 1784 – Il Cairo, 15 ottobre 1817) è stato un esploratore e orientalista svizzero, noto anche con il nome francese di Jean Louis (da lui preferito) e con quello inglese di John Lewis. Di origini basilesi, la famiglia, dopo la rivoluzione francese nel 1789, fuggì in Germania e Austria. Dopo avere terminato gli studi universitari a Lipsia e Gottinga, ritornò a Basilea nel 1805 dove, però, per i suoi sentimenti anti-francesi, non poté esercitare alcuna professione. Si trasferì a Londra nel 1806 grazie ad una raccomandazione del naturalista Johann Friedrich Blumenbach a sir Joseph Banks della African Association. Nel 1809 ottenne il beneplacito per il suo progetto di scoprire le fonti del fiume Niger. Nel frattempo, Burckhardt si specializzò ulteriormente all'Università di Cambridge studiando Arabo, Astronomia, Medicina, Chimica e Mineralogia, rafforzandosi anche fisicamente per resistere meglio alle difficoltà del viaggio. Il 14 febbraio 1809, a capo della spedizione, salpò per Malta.

Il Burckhardt sotto le spoglie di un mercante arabo [cosa non inusuale anche per ragioni di sicurezza o di scelte esistenziali come nei casi di Alessandro Burnes e di Lady Hester Lucy Stanhope (1776 - 1839) una straordinaria nobildonna inglese da viaggiatrice fattasi avventuriera ed esploratrice, solita cavalcare all'uso maschile e girare armata (leggi qui per vari approfondimenti sul personaggio) e tanto anticonformista da non usare abiti medio-orientali alla foggia delle donne, che reputava scomodi, bensì quelli propri degli uomini, che qui, nella sua dimora in un areale isolato del Libano, troviamo a cordiale colloquio con il Winkelmann francese, cioè Luigi Augusto di Thivac visconte di Marcellus che conoscendone le abitudini e sapendo quanto fosse difficile essere da Lei ricevuto Le inviò una lettera quasi enigmatica ma tale -se possibile- da incuriosirLa e cui la donna, che riconobbe poi al Marcellus di esserne stata in effetti incuriosita rispose, con un'epistola da trasmettere al Console Francese, aprendogli, in un ventaglio di soluzioni, uno spiraglio per l'incontro, che subito il giovane francese raccolse = il nobile transalpino partito senza indugio alcuno e giunto quasi a destinazione, avvicinandosi alla di Lei dimora, non faticò a scoprire che la donna lo stava aspettavando, quasi parendo un beduino dai vestiti e dall'atteggiamento

GiuntoLe vicino però il Marcellus potè apprezzare la qualità superiore dei suoi vestiti e poi anche la sua indubbia bellezza per quanto non fosse più giovanissima] con lo pseudonimo Sheikh Ibrahim ibn Abd Allah, si fermò ad Aleppo in Siria [ come farà dato il tempo invernale G. Robinson -che seguì spesso le tracce del Burckhardt- descrivendo il proprio soggiorno in tale città nel suo Viaggio in Siria e in Palestina... (1830 - 1831)] per conoscere l'Islam (religione che abbracciò), perfezionare l'arabo e studiare il Vicino Oriente. Lì tradusse il romanzo Robinson Crusoe in arabo. Divenne grande conoscitore del Corano e del diritto islamico, tanto da essere spesso coinvolto nel dirimere questioni religiose dagli stessi indigeni. Nei due anni trascorsi in Siria, Burckhardt fece numerosi viaggi di esplorazione visitando Palmira, Damasco e il Libano. Ma fu il 22 agosto 1812 che fece la storica scoperta di PETRA, capitale dei Nabatei (sito archeologico della Giordania, posto a circa 250 km a sud della capitale Amman, in un bacino tra le montagne ad Est del Wadi Araba, la grande valle che si estende dal Mar Morto fino al Golfo di Aqaba del mar Rosso. Il suo nome semitico era Reqem o Raqmu "la Variopinta").
 
Per la morte precoce l'esploratore svizzero non poté dare alle stampe i suoi appunti ed anche se altri orientalisti si spinsero fino a Petra visitandola pur tra varie insofferenze delle popolazioni locali è utile ricordare qui il nobile Giammartino Arconati-Visconti (Pau-Francia 1839-Firenze 1876) figlio del Marchese Giuseppe Arconati-Visconti la cui intensa vita di politico e sostenitore del Risorgimento fu gravemente rattristata dalla morte della amata moglie e dalla cattiva salute del figlio come visto morto precocemente, poco dopo il padre).

Giammartino Arconati-Visconti , sulla scia di altri illustri personaggi di cui parlò nella Premessa raggiunse la misteriosa città e nella sua opera principale Diario di un Viaggio in Arabia Petrea (1865) diede una descrizione edita di Petra di cui qui con gli indici originali dell'intiera opera si può leggere da pagina 316 la parte concernente la descrizione di come era Petra a metà del XIX secolo [l'opera qui digitalizzata solo per l'esplorazione di Petra (e non per l'intiero viaggio) risulta integrata da un altro scritto vale a dire = Arconati Visconti, Giammartino Atlante per servire al diario di un viaggio in Arabia Petrea / di Giammartino Arconati Visconti, Torino : Bona, 1872 - Descrizione fisica 46 p., 6 c. di tav. : ill. ; 31 cm.].

Giammartino Arconati-Visconti, in merito a Petra, ferma restando la sequenza di successive scoperte e di valutazioni decisamente più scientifiche delle sue, svolge un'opera altamente meritoria = il giorno dell'arrivo a Petra Arconati-Visconti ed i compagni si avventurano per un tragitto improbo e superano quelli che al viaggiatore, anche su postulazioni altrui, paiono i resti d'una torre araba dei tempi delle Crociate cui, di seguito, di seguito succedono altre consimili strutture finché non giungono in un luogo adatto al loro stanziamento in un accampamento: il giorno dopo Arconati-Visconti esce presto (1 aprile 1865) e solitario dall'accampamento e contempla quanto gli è possibile dando libero sfogo ad una sua romantica esternazione "Ove sono andati tutti quei popoli che successivamente abitarono quelle grotte, e quei palazzi? I monumenti scolpiti nei monti stessi hanno resistito all'opera distruggitrice del tempo e dell'uomo, i templi costruiti di blocchi sono caduti anche essi. Quelli scavati nella rocca, quei monti cesellati a facciate di palazzi e tombe sono ancora in piedi. Per distruggere Petra ci vorrebbe un cataclisma. Ma la città è vuota e deserta, il Foro è vuoto e silenzioso, i templi, i palazzi, il teatro, l'arena son vuoti e muti. L'impressione che produce nell'anima cotesta città, muta come una città di tombe, è grandiosia e triste...".

L'esplorazione vera e propria inizia comunque non molto dopo e il viaggiatore-esploratore rimane oltremodo meravigliato dei reperti architettonici e ad ogni angolo lo stupore si accresce come di fronte al grande tempio detto "il Tesoro di Faraone" od a quella che è detta la "Tomba ornata di Piramidi" mentre alla vista scorrono altre tombe già segnalate dal Burckardt e quindi la "Tomba a cortile" e pure il teatro (le ricerche archeologiche hanno appurata l'esistenza di due teatri, il più grande e scavato nella roccia di 33 scalini e in grado di ospitare 4000 persone: esistevano anche ninfei, ginnasi, un palazzo reale, terme, un arco trionfale a tre fornici sulla strada d'accesso alla città). Eppure le meraviglie non si esauriscono (da cui però i beduini che in qualche modo proliferano intorno all'Arconati - Visconti si tengono lontani, specie non soggiornando la notte nei grandi antichi ma deserti e temuti palazzi: vedi qui alcune "Nozioni Preliminari intorno allo Stato Politico e Morale della Turchia necessarie" per la completa intelligenza delle "Rimembranze" del Visconte di Marcellus e di qualunque opera relativa all'Oriente = Capitolo estratto dal Viaggio in Siria ed in Egitto del Conte F. C. Volney = inoltre cliccando in questa parte leggi altre "note integrative" ed al riguardo una "Idea degli Arabi beduini") ma sembrano procedere come in un moderno documentario ed ecco apparire un Tempio grandioso per raggiungere il supposto Foro circondato dalle splendide rovine ove si individuano sia iscrizioni greche che iscrizioni nabatee ed inoltre iscrizioni latine ed ancora, a testimoniare l'alto grado di sviluppo della città nel suo fiorire, tracce di acquedotti e di selciato stradale addirittura i resti di un Ponte e quindi pure un altro grande tempio a parere dell'Arconati-Visconti, ma anche sulla base del Burckardt, consacrato poi al culto cristiano nominato quale Ed - Deir (il Convento) ed oltre a tutto questo graffiti -tra reperti antichissimi- con nomi di uomini d'epoca molto recente ma del tutto ignoti: ma questi sono solo alcuni segnali fra tante meraviglie per cui la lettura integrale dell'ispezione di Petra, non priva di rischi attesa la presenza di beduini, merita di esser svolta integralmente come qui si propone = come già scritto sopra, della città deserta l'autore più volte si chiede dove mai sian finiti gli abitanti di tanto splendore e si sofferma sulle antiche fortune di Petra, a suo parere e giustamente, dipendenti dall'esser la città un nodo commerciale straordinario verso l'Oriente e dall'Oriente anche se con la dominazione romana la decadenza di Petra pur lentamente prese il piede essendo il commercio con l'Oriente via via trasferito nella non lontana base mercantile di Bostra più a Nord di Petra e quindi più prossima a Damasco (nella sua sopra menzionata opera il Robinson descrive sulla linea di tragitti millenari carovane per l'Oriente partenti da Aleppo e Damasco) : a prescindere da ciò forse basta in merito a quest'ultimo argomento esaminare qui le carte proposte per rendersi conto dell'importanza di Petra come antichissimo sito strategico contro incursioni di popolazioni ostili già ai danni dell'Impero di Roma e soprattutto coglierne la valenza in merito alle vie commerciali che conducevano verso l'Oriente o dall'Oriente stesso provenivano). Ritornando specificatamente alle gesta di Johann Ludwig Burckhardt è da menzionare l'intenzione di scoprire le fonti del Niger per cui egli si incamminò per il Cairo: dove però non riuscì a trovare carovane che lo conducessero verso ovest. S'imbarcò allora sul Nilo che risalì fino alla frontiera di Dongola, scoprendo nel 1813, tra le sabbie, il tempio di Abu Simbel. In un secondo viaggio in Nubia, nel 1814, si diresse verso il porto di Suakin sul Mar Rosso che attraversò fino a Gedda per poi raggiungere la città santa della Mecca, dove rimase per tre mesi fino al novembre del 1814, al fine di effettuare il pellegrinaggio. Infine si spinse verso l'altra città santa di Medina. Rimase a Medina fino ad aprile del 1815, a causa di attacchi di febbre dovuti a parassiti (Entamoeba histolytica). Nella primavera del 1816, dopo il suo ritorno al Cairo nel giugno del 1815, intraprese un viaggio per esplorare la penisola del Sinai. In attesa di ritornare in Europa, Burckhardt ebbe una ricaduta di dissenteria e di febbre alta e morì il 15 ottobre, 1817, a un mese dal suo 33º compleanno. Secondo i suoi desideri fu inumato in un cimitero islamico sotto il nome arabo, e la sua tomba è rimasta intatta fino ad oggi. I suoi scritti, raccolti in 350 volumi, e la sua collezione di 800 manoscritti orientali sono stati lasciati in eredità all'Università di Cambridge, diversi dei quali sono stati raccolti e pubblicati postumi".

da Cultura-Barocca

venerdì 12 gennaio 2018

Ovidio tra storia e leggenda

 

Publio Ovidio Nasone è il più importante personaggio di Sulmona (vedine sopra la mappa).
Nato nel 43 a.C in una famiglia benestante erede di un'antica gens equestre, Ovidio e il fratello Lucio furono mandati a Roma per studiare grammatica e retorica alla scuola di Arellio Fusco e Porcio Latrone.
Lucio, che morirà prematuramente, avrebbe voluto esercitare l'attività forense, mentre Ovidio eccelleva nello scrivere d'istinto versi ingegnosi e brillanti, che ne rispecchiavano il carattere passionale.
Così, dopo un lungo viaggio in Grecia, Asia Minore, Egitto e Sicilia, d'obbligo a quei tempi per perfezionare gli studi, tornò a Roma come poeta, entrando a far parte del circolo letterario di Valerio Messalla, in cui conobbe anche Tibullo e la cui morte lo commosse profondamente.

In poco tempo diventò il poeta preferito dai giovani e dagli ambienti eleganti.
Scrisse, come prima opera, una raccolta di elegie amorose intitolata Amores a cui seguì le Heroides, lettere d'amore in versi ad eroi degli antichi miti, scritte dalle loro amanti.
Ma il libro che lo rende in poco tempo famoso e chiacchierato è la scandalosa, per l'epoca, Ars Amatoria, scritta in distici elegiaci.
Nei primi due libri Ovidio suggerisce agli uomini come conquistare le donne, nell'ultimo insegna alle donne come sedurre gli uomini.
Insieme ai Remedia Amoris, ossia i consigli per guarire dall'ossessione dell'innamoramento, e ai Medicamina Faciei Foeminae, consigli al gentil sesso su come truccarsi, si chiude il primo periodo della produzione poetica di Ovidio.
La seconda parte, invece, è quella più impegnata e più aderente ai motivi cari all'imperatore Augusto, ossia la moralizzazione della società, l'idealizzazione della storia romana e la salvaguardia degli antichi costumi.

Nascerà così il poema capolavoro della produzione ovidiana: le Metamorfosi .
Composto da ben 15 libri scritti in esametro, raccoglie la gran parte dei miti di tradizione greco-romana attraverso un susseguirsi di racconti e vicende tutte intrecciate tra loro.
Si tratta di un'opera che ha influenzato gran parte della nostra letteratura, da Dante a D'Annunzio.
L'altra opera dedicata alla valorizzazione dei costumi romani si intitola I Fasti.
In sei libri di distici elegiaci, Ovidio voleva illustrare il calendario romano, con tutte le feste e i riti religiosi che venivano svolti nel corso dell'anno a Roma.
I libri dovevano essere dodici, uno per ogni mese, ma al sesto libro Ovidio decise di non continuare l'opera lasciandola interrotta.

Nel 8 d.C., infatti, l'imperatore Augusto emanò un editto col quale veniva ingiunto ad Ovidio di lasciare l'Italia per Tomi, l'odierna Costanza, alle foci del Danubio.
Le cause dell'esilio verranno accennate in un'elegia dallo stesso Ovidio: le due ipotesi riguardano un Carmen, forse l'Ars Amatoria che non era opera gradita all'imperatore, e un Error, ossia un episodio imprudente o riprovevole di cui fu protagonista.
L'editto, nonostante le numerose richieste da parte del poeta, non verrà mai ritirato, neanche da Tiberio.
Dal 9 al 18 d.C. Ovidio rimarrà a Costanza scrivendo elegie sulla nostalgia per Sulmona e sulla tristezza dell'esilio: saranno raccolte nei Tristia, in cinque libri, e nelle Epistulae ex Ponto, in quattro libri.
Opere minori sono l'Ibis, poemetto di invettive contro un amico che lo abbandonò in occasione dell'editto, il cui titolo allude ad un uccello egiziano che secondo gli antichi aveva immondi costumi (si cibava di rettili e di rifiuti) e Halieutica, poemetto sulla pesca e sui pesci del Mar Nero, di cui sono rimasti solo 135 esametri.
La morte lo colse a Tomi nel 18 d.C. e lì venne sepolto.

La gente di Sulmona, nel corso dei secoli, tramandò oralmente una serie di notizie sulla vita del poeta dell'amore che si mescolano fra realtà e fantasia.
Nel Medioevo si tramandava di Ovidio mago e della sua villa piena di trappole e meraviglie per allontanare i curiosi e al cui interno vi era un pozzo dentro cui Ovidio, dannato, parlava col demonio in persona.
Avendo scritto opere considerate licenziose se non scandalose, era considerato un donnaiolo e l'artefice di un infallibile filtro afrodisiaco (grazie ai suoi noti poteri magici), capace di risvegliare gli ardori, di unire o separare gli innamorati.

Tuttavia la grandezza e il prestigio di Ovidio presso la gente peligna erano così sentiti che si tramandava pure che, nell'ultima parte della sua vita, il poeta abbandonò la magia e fece penitenza sul Morrone, diventando un perfetto cristiano.

La Villa, come già detto, è stata da sempre al centro delle leggende popolari.
Il luogo in cui si pensava sorgesse è la zona di Fonte d'Amore, alle pendici del Morrone, dove sono stati scoperti i resti del Tempio di Ercole Curino.
Naturalmente all'interno di questa fantomatica villa era presente un immenso tesoro che sarebbe stato trovato, secoli dopo, da Celestino V.
Il Papa eremita lo avrebbe in parte utilizzato per la costruzione della Badia di Santo Spirito: il resto del tesoro sarebbe poi sprofondato sottoterra e nessuno l'avrebbe più ritrovato.
Infine si tramanda che Ovidio "leggeva con i piedi"! Nella statua del Cortile della S.S. Annunziata , infatti, il sommo poeta viene rappresentato con corona d'alloro, abito fratesco e un grosso libro sotto i piedi.
Si tratta della statua più antica, risale al 1474, e fu voluto da Polidoro Tiberti da Cesena, lo stesso capitano della città che fece realizzare la Fontana del Vecchio.

da Cultura-Barocca